Tanti anni di battaglie e di vittorie, ma il meglio deve ancora venire

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Maryan
Cognome
Ismail
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Con queste parole vorrei lasciare traccia del mio pensiero umano. Finché sono viva e capace, mi piace pensare che il mio ruolo sia quello di non far impoverire gli uomini e le donne.
Non pretendo di fare il supereroe, sono ben consapevole dei limiti umani, ma ciascuno di noi è chiamato a impegnarsi per un senso di convivenza civile e di rispetto. La libertà non può prescindere dal rispetto. La tua libertà non deve mai ferire la sensibilità di un’altra persona, questo è fondamentale. D’altra parte, bisogna utilizzare pensieri filosofici, religiosi e politici che siano davvero costruttivi, positivi e umani. Non sopporto la sopraffazione o l’imposizione di pensieri o modelli. Finché potrò contribuire, mi batterò per la libertà della persona.

Questa sono io, Maryan Ismail, nata a Mogadiscio in Somalia nel 1959. Sono figlia di un politico e diplomatico e sono cresciuta con una forte connotazione familiare di tipo matriarcale. Mia madre, le sue sorelle, le mie zie, sono state donne determinate, toste, per nulla assoggettate alla cultura maschile.
La mia cultura d’origine è nettamente matriarcale, la donna ha dei ruoli e dei poteri precisi: è colei che gestisce, pensa e decide per la sua vita non in funzione del marito. È anche una cultura nomade, simile alla cultura tuareg, nella quale la donna è proprietaria dei suoi beni e soprattutto della prole.
I figli restano alla madre e, nonostante la poligamia, ogni donna ha una sua famiglia ben protetta ed è libera di divorziare.

Ho avuto la fortuna di essere la prima fra tutte le cugine nate e l’unica figlia femmina di casa mia, sono cresciuta in condizione di totale parità con i miei due fratelli. Casa mia era una sorta di laboratorio proto-femminista, ma anche a scuola avevamo classi miste, persino nelle scuole coraniche.
Ho sempre visto la condivisione e la parità tra i sessi come normale, il mio essere donna non l’ho mai sentito come un difetto o una debolezza. Quando sono arrivata in Europa, mi è sembrato di tornare indietro, perché ho trovato una realtà che non considera ancora la donna paritaria all’uomo nei diversi ambiti del lavoro e della vita privata.

In quel periodo la Somalia era un paese socialista, il governo aveva investito molte risorse e puntato tutto sulla scolarizzazione e sull’alfabetizzazione. Il sistema dell’istruzione era così all’avanguardia che addirittura noi studenti facevamo volontariato per insegnare alla popolazione analfabeta. Oltre all’obbligo di formare gli analfabeti, avevamo anche quello di svolgere il servizio militare, un mese all’anno, maschi e femmine insieme, dal liceo all’università. Era molto divertente, sembrava un campus. Cominciavi a uscire di casa e ad avere le tue relazioni amicali all’esterno, perciò nessuno si è mai lamentato di dover prestare questo servizio al paese.

Il percorso formativo è veloce rispetto a quello italiano: il liceo dura quattro anni, l’università un paio d’anni. Io ho scelto di studiare lingue e culture orientali, poi ho continuato a perfezionarmi all’IsMEO in Italia.

Una componente importante della cultura somala è l’Islam, che è vissuto in maniera completamente diversa rispetto ai paesi arabi. Nella mia vita non c’erano imposizioni o divieti religiosi. Ricordo un grande spirito laico, che mi ha portato a vivere la fede con molta serenità. Per esempio, il significato del velo per noi donne somale e africane è tutta un’altra cosa: il velo non è mai un’imposizione, ma ti è permesso indossarlo solo quando ti sposi, è come mettere la fede. Subito dopo il matrimonio c’è una cerimonia specifica in cui alla donna viene messo il velo in testa, spiegandole il significato di questo gesto e il passaggio alla sua nuova condizione di donna sposata. L’intero percorso matrimoniale è in mano alle donne.

Purtroppo la cultura somala non è totalmente rosea, ha anche delle asperità molto forti. La più grave è sicuramente l’infibulazione, che non è altro che la mutilazione dei genitali femminili a scopo tradizionale. Però, bisogna chiarire la verità: queste terribili mutilazioni del corpo femminile sono espresse solo dalle donne. Anche questa è una pratica matriarcale, dalla quale gli uomini sono esclusi. Sono le donne a essere vittime e poi carnefici nel corso della loro vita. Si tratta di un rito di iniziazione, che ha un significato sociale e religioso di altissimo valore per le donne somale. La comprensione di questo valore è il primo elemento da comprendere per poter lavorare in direzione del cambiamento a partire dalle donne. Se ai padri viene spiegato il senso dell’intervento, sono i primi a schierarsi al fianco di questa lotta, mentre le donne sono molto restie, perché temono che venga snaturato il senso del loro rito di passaggio.

Le prime a cambiare questo modello sono state le nostre madri. Spesso si dice che l’immigrazione ci porta a cambiare certe tradizioni, ma in questo caso è falso: le donne somale già negli anni Cinquanta, e ancor prima le donne sudanesi nel 1942, proposero delle leggi per mitigare ed eliminare questa pratica.

Questa è la parte di cultura bella e brutta che mi porto dietro. Io sono orgogliosissima di essere somala, orgogliosissima di essere africana e orgogliosissima di essere Maryan.

Sono arrivata in Italia intorno ai vent’anni, subito dopo l’università. Mio padre era un dissidente politico, così la mia famiglia è stata costretta a scappare e siamo arrivati in Italia come rifugiati politici. Al momento della partenza ero perfettamente cosciente che stavo lasciando la mia casa e i miei affetti. Ho provato un grande dispiacere.

In quel periodo mio padre lavorava all’ambasciata somala al Cairo. Siamo partiti alle 4 del mattino con una sola valigia, portando pochissimi effetti personali. In poche ore abbiamo ricevuto il visto per l’Italia attraverso l’ambasciatore italiano Milesi Ferretti, che era amico di mio padre. Gli disse che doveva scappare per motivi politici e quell’uomo illuminato mise sui nostri passaporti il visto per l’Italia di sua iniziativa, dandomi un senso di grande solidarietà.

Le nostre famiglie erano legate, io ero stata compagna di scuola dei figli di questo ambasciatore al Liceo italiano delle Suore Salesiane al Cairo, dove mi sono diplomata. Infatti, parlavo già benissimo italiano, perché l’ho sempre studiato fin dall’asilo. Sono perfettamente bilingue: io penso, sogno e respiro sia in italiano che in somalo, passo dall’una all’altra con molto divertimento.

Appena scesa a Fiumicino e arrivata poi alla Stazione Termini, quella mattina d’autunno, ricordo che il primo segnale della situazione completamente nuova è stata la marea di volti bianchi che vedono intorno a me. Avevo un panico pazzesco e mi chiedevo “ma come fanno a riconoscersi fra loro?!” Per un’ora sono stata ferma in mezzo alla stazione per cercare di capire cosa rendeva diverso un bianco dall’altro.

La mia famiglia si è stabilita subito a Bologna, dove ho vissuto per tredici anni. Era una città lontana da Roma e, soprattutto, dal pericolo che mio padre venisse prelevato di notte e rimandato in Somalia, ma era anche una delle poche che negli anni Ottanta aveva aperto le porte.
La nostra richiesta di asilo politico è stata immediatamente riconosciuta dalle Nazioni Unite, ma non dall’Italia, che allora non aveva ancora ratificato la Convezione di Ginevra. La nostra condizione era strana: eravamo rifugiati politici non riconosciuti dal paese che ci ospitava, poiché l’Italia riconosceva solo i rifugiati provenienti dai paesi dell’Est Europa.

Queste prime difficoltà burocratiche mi hanno portata a occuparmi di diritti e di sociale, perché io per prima ho dovuto portare avanti una battaglia lunghissima.

Per dieci anni ogni tre mesi sono andata in questura a Bologna a rinnovare il mio permesso di soggiorno, che riportava una dicitura molto piccola e oscura, “in attesa di determinazione ministeriale”, consentendomi di restare qui nella legalità. In Somalia ormai eravamo stati spogliati di tutti i diritti civili, ma anche dei documenti, dei titoli di studio. Era una situazione spiacevole: né apolidi né rifugiati politici, eravamo proprio non classificati, soltanto un numerino. Fortunatamente ero riuscita a creare una rete di amicizie solidali in questura, anche se quell’umanità si contrapponeva al vuoto burocratico. Per otto anni ho lavorato in nero, poi sempre in situazioni precarie, e in questura lo sapevano tutti, ma chiudevano un occhio… D’altronde non c’era la possibilità di mettermi in regola.

Tutto è cambiato il 25 agosto 1989, quando a Villa Literno fu ucciso Jerry Essan Masslo, un rifugiato sudafricano non riconosciuto dall’Italia. È stata la spinta per presentarci dall’allora ministro Claudio Martelli, che nel 1990 ha fatto votare la prima legge sugli immigrati, inserendo anche la Convenzione di Ginevra
.

In quell’anno siamo stati riconosciuti rifugiati politici a tutti gli effetti.
Nel frattempo io avevo fatto la richiesta della cittadinanza e mi arrivò anche quella, mentre i miei genitori non hanno mai voluto prendere la cittadinanza italiana. Tuttavia, non ho mai visto la cittadinanza come un’opportunità per risolvere i miei problemi burocratici, ma l’ho sempre considerata una questione di diritto. Ho scelto l’Italia come secondo paese e volevo avere diritti e doveri di qualsiasi cittadino italiano.

Fin dal primo secondo in Italia, facilitata dalla lingua, ho cominciato a interagire con chiunque. Non solo italiani, perché a Bologna c’erano tanti stranieri e studenti di tutto il mondo, americani, inglesi ecc. Però, io non avevo il passaporto e questo mi faceva sentire in prigione, perché ero giovane e avrei tanto desiderato viaggiare e vedere altri posti.

Allora ho deciso che dovevo conoscere quello che mi offriva il mio carcere geografico. Le meraviglie culturali italiane sono state una fantastica scoperta e mi hanno permesso di sviluppare la mia passione per la storia dell’arte.

Tutto è cominciato a Bologna, un pomeriggio che nevicava e faceva freddissimo. Stavo aspettando una mia amica e per non congelarmi ho deciso di entrare nella Pinacoteca. Ho fatto il biglietto e ho cominciato a guardare i quadri, a partire dall’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello, un quadro enorme con figure enormi. In quest’opera Santa Cecilia è bruttissima, mentre il volto di San Marco è di una bellezza spaventosa. Ho avuto una specie di attacco di sindrome di Stendhal, quella visione celestiale mi ha fatto capire che la pittura regala emozioni, così ho fatto il giro della Pinacoteca, strabuzzando gli occhi a ogni opera. Lì mi è venuta voglia di scoprire il paese, perciò ho passato dieci anni destinando parte dei miei guadagni in nero alla cultura.
Andavo in biblioteca, sceglievo una ragione, studiavo le scuole pittoriche, prendevo il treno e andavo. Toscana, Veneto e via via tutte le regioni. Poi ho scoperto l’arte contemporanea e ho seguito un altro percorso, partendo dalla Guggenheim Foundation di Venezia.

Sapere che avevo a disposizione un mondo intero dentro la mia prigione geografica mi ha dato tantissimo. Insieme ho sviluppato una grande passione per la lettura e per la musica, in particolare per il jazz, ma soprattutto per un artista che mi ha sempre reso felice: Stevie Wonder. Sono una specie di fanatica!

E alla fine sono finita a Milano per amore. Ho conosciuto mio marito, milanese da generazioni, al compleanno di un amico comune ventitré anni fa attraverso una rete internazionale. Era amico di amici di amici inglesi. Così ho lasciato Bologna, alla quale sono legatissima, per Milano.
Per me Bologna è il luogo dell’anima, dell’arte e della cultura. Milano è il luogo del mio futuro, è dinamica, viva, mi dà opportunità di confronto e scambio, ha tanta energia. È anche una città molto dura, che non si apre facilmente, ma ti consente di trovare i tuoi spazi.

La famiglia di mio marito mi ha accolto benissimo, ma devo dire che nella mia vita non ho mai incontrato ostilità. O forse non ci ho mai messo la testa. Prima che mi arrivi l’eco di certe parole sono già andata avanti come un treno. Siccome non c’erano barriere linguistiche e siccome ho una grande autostima, non me la faccio calpestare.

Se ripercorro il mio passato, le persone più importanti sono state i miei genitori e alcuni professori. Ho avuto insegnanti italiani, persone che riuscivano a incuriosirti, a non farti sentire inferiore e permettevano uno scambio paritetico. Mio padre era il provveditore generale degli studi in Somalia e con il suo lavoro aveva contribuito a creare un’atmosfera di rispetto tra la popolazione studentesca e i professori, per esempio istituendo dei corsi di approfondimento culturale per i professori italiani che si approcciavano alla cultura somala.

Se guardo in avanti, so che il mio futuro deve ancora venire, nonostante i miei 54 anni c’è molto da fare ancora in questa società così fluida e frammentata, difficile da interpretare. Innanzitutto avrò da fare come madre, perché vorrei che i miei figli crescessero in una nazione migliore. L’Italia non è mai stato un paese razzista, ma ora sembra retrocessa. È un’Italia impoverita dal punto di vista morale, ha perso l’antico senso di solidarietà. La cosa brutta è che la colpa è dei miei coetanei, mentre i loro genitori aprivano le porte. In parte dipende dal depauperamento culturale provocato dalla televisione, ma soprattutto è stato il governo italiano a non mettere più la cultura al centro della politica.

Non mi chiedo mai che cosa sarei diventata se fossi rimasta in Somalia. Probabilmente sarei Presidente… Scherzo, ovviamente! Avrei avuto una vita molto bella, intensa, perché di carattere sono una persona molto dinamica. Avrei viaggiato tantissimo, perché sono nomade culturalmente e il viaggio ce l’ho nel sangue.
Sicuramente avrei potuto fare molto di più in relazione al mio ruolo sociale, perché lo spazio che mi sono creata in Italia è uno spazio stretto per le grandi battaglie, per le possibilità, per il merito.
La categoria dell’essere immigrato è un cappotto che ti porti e non puoi dismettere così facilmente, bisogna adattarsi, rispettare il cliché che ci viene dato. Utilizzo l’ironia per abbattere questo cliché, raramente m’incavolo, cerco di non arrivare mai allo scontro. Sapere rispondere a tutti con ironia è una soddisfazione. Dovrebbero picchiarmi per lasciarmi un segno, ma sono sicura che se dovessero volare le mani, picchierei con ironia.

Purtroppo ho lasciato l’Africa con una sola valigia e pochissimi effetti personali, perciò non ho potuto portare nessun oggetto con me. Però, ne conservo molti nei miei sogni, ho netto e vivido il ricordo dei colori e dei profumi della mia terra. Ho un sogno ricorrente, a occhi aperti, che mi permette di non perdere la memoria.

Quando ho un attimo di pace, mi fermo e ripercorro nella mia mente il tragitto che facevo da casa a scuola, proprio per non dimenticare il mio mondo. Io vado e torno, mi ricordo gli alberi, le case, le persone, le chiacchierate con i compagni di scuola, le botte che davo ai ragazzini che mi facevano il filo… Questo è l’oggetto che mi resta della mia terra.

Non ho mai amato la nostalgia, la saudade, credo che ti freni verso il futuro. La malinconia l’ho rielaborata come percorso affettivo, alla fine del quale sento il calore della Somalia, perché lì non fa mai freddo.

Il freddo è stato uno dei grandi ostacoli della mia vita. La nebbia a Bologna mi ha messo in crisi. Quel senso di vivere continuamente in un freezer. All’inizio, oltre a imbacuccarmi con mille strati, avevo sempre con me una borsa dell’acqua calda. Però, la sorpresa più grande e più bella è stata la mia prima nevicata. Ricordo che ero già in pigiama, sono scesa in strada con il cappottino e mi sono stupita che facesse meno freddo del previsto.
A tutt’oggi, dopo trent’anni di vita in Italia, non sopporto il freddo e non ho ancora imparato a conviverci.

Claudia Galal
Informazioni su

Metà italiana e metà egiziana, nasce a Urbino nel 1981 e cresce nel posto più tranquillo del mondo, l'entroterra marchigiano. Nel 2000 si trasferisce a Bologna, dove si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi socio-semiotica sulla street art. Alla fine del percorso di studi si sposta a Milano e comincia a lavorare nel campo dell'editoria e della comunicazione. Giornalista musicale, frequentatrice assidua di concerti, appassionata di arte contemporanea, subculture giovanili e semiotica, scrive per diverse testate cartacee e online. Il suo blog è thegreatmixtape (music and more to take with you)

Pubblicato in Questa storia parla di, Rifugiato Politico, Somalia Taggato con:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Current ye@r *