Il segreto della felicità è una chitarra

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Mohamed
Cognome
Said
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Che cos’è la felicità? Un sostantivo, un ideale… Non lo so, ma so che mi viene a trovare molto spesso. Bisogna svincolare questo termine dalla sua valenza commerciale, diventata quasi un must ossessivo per tanti che, non sapendo riconoscerle (secondo me sono molte e diverse le felicità), cadono alla mercede del palliativo, sostituendo la risposta a questo bisogno con beni e ologrammi che stimolano meccanicamente le endorfine. Quando il mio pensiero e il mio cuore si saranno accordati sull’argomento, sarò già andato oltre questa domanda. Forse allora mi renderò conto di cosa sia per me essere felice.

Il mio nome è Mohamed Said e in arabo “Said” significa proprio “felice”. Ogni anima risponde al suo nome e al suo ruolo, e il ruolo, forse più di tante cose, ha la capacità di attribuire senso alle nostre vite. Ma senza il consenso delle nostre anime restiamo disoccupati, e forse come molti usano dire, infelici.
Sono tanti i ruoli che possiamo assumere e l’ultima domanda sta all’anima: “Sai chi sei?”

E adesso, provate a rispondere…

Orientarsi in questo silenzioso vuoto potrebbe essere molto difficile e io, come tanti, mi lascio guidare da un simbolo che racchiude in sé tutti i significati delle domande che giorno per giorno incontro in me stesso. È la Mano di Fatima, un dono di chi mi ama e viene dall’Africa, la mia Africa, la mia sorgente. Una sorgente che porto sempre nel cuore e al collo, da cui non mi separo mai.

Tutti mi conoscono come Momo e sono nato di mattina presto il 9 gennaio 1982 all’Hôpital Oeuvre de la Goutte de Lait presso Sidi Belyout, un grande ospedale di Casablanca, fondato nel 1915 a poche centinaia di metri dalla costa atlantica sulla banchina commerciale del grande porto della città.

Mia madre, nata all’esatta metà del secolo scorso, era figlia di un commerciante e lavorava come segretaria dattilografa in arabo e francese per un importante medico. Mio padre, di un anno più vecchio e figlio di un conto-terzista agrario, è sempre stato un uomo abile e capace di trasformare ogni occasione in una sana risorsa e all’epoca si adoperava come titolare di ambulanza privata.

I frutti della loro unione siamo stati mia sorella Khadija, poco più grande di me, e io.
Per qualche anno la nostra famiglia ha abitato nella zona della città nota come “Drisia”.
Già all’epoca l’area della Grande Casablanca, la più estesa metropoli della nazione, contava circa 2 milioni di abitanti e richiamava a sé tantissime persone provenienti da città minori, dalle campagne, da comunità ebraiche e cristiane, molte delle quali alla ricerca di un impiego, molte altre per avvicinarsi a parenti che li avevano preceduti e altre ancora che, come mio padre, ci erano cresciute e ne conoscevano topografia e mondanità come fossero le loro tasche.

Il grosso delle migrazioni verso l’Europa doveva ancora avvenire, ma già dalla metà degli anni Sessanta, circa dieci anni dopo la dichiarazione d’Indipendenza del 2 marzo 1956, molti giovani marocchini si lanciavano nell’avventura dell’immigrazione.
Anche mio padre Omar, lasciata alle spalle l’esperienza della conduzione di un’azienda calzaturiera di cui era capotecnico e disegnatore, aveva deciso di partire per provare a giocarsi la sua chance verso quella che tutti i giovani nordafricani consideravano una meta. Lasciò Casablanca nel febbraio del 1981 alla volta di Praga, dove riuscì a vendere alcuni modelli di scarpe disegnati da lui, per poi proseguire verso Sarajevo e fare affari con alcuni produttori locali. E ancora Ljubljana, Trieste e Torino.

Qualche mese dopo, a ottobre dello stesso anno, atterrò all’aeroporto di Roma Fiumicino e da lì partì la sua missione (parole sue) alla scoperta della bella Italia.
Raggiunto il compartimento calzaturiero delle Marche e innamoratosi subito di quella regione, decise di stabilirsi nella provincia di Ancona per avviare una sua attività in quello che sarebbe presto stato il luogo del nostro ricongiungimento.

Dopo una visita alla famiglia nell’inverno del 1981, mio padre tornò in Italia nella primavera successiva e fu raggiunto dalla telefonata che annunciava la mia nascita mentre si trovava in Umbria, dove aveva appena subito un grosso furto per mano di connazionali. Un segno premonitore? Non lo sapremo mai, ma la prima volta che me lo raccontò mi feci delle grosse risate.
Sbrigata la pratica del ricongiungimento familiare, mia mamma, mia sorella e io arrivammo in aereo a Nizza e poi entrammo per la prima volta in Italia il 23 settembre 1985 dal varco di Ventimiglia.

Ora, come allora, sono residente a Ostra Vetere un piccolo ridente paese collinare di 3500 anime, fra vigneti e uliveti, bella gente, buon clima, tante feste, ma soprattutto tanta libertà. La campagna mi ha regalato durante l’infanzia la libertà di giocare e correre senza limiti, cosa che oggi penso sia sempre più rara.

Dopo le scuole di base, mi sono diplomato a Jesi in elettronica e telecomunicazioni.
Ho tentato incoscientemente di frequentare ingegneria elettronica all’Università di Bologna, ma ho capito dopo aver perso tempo ed essermi ostinato invano, che non faceva per me.

Allora ho deciso di mettermi a lavorare, facendo davvero di tutto, dall’elettricista al pittore d’interni, dal falegname allo stalliere, dal cameriere all’aiuto-cuoco (mi piace molto cucinare), fino al fotografo turistico a Milano Marittima.
Ho compreso ben presto che non sono adatto al lavoro funzionale.

La musica ha sempre fatto parte della mia vita. Mio padre, da tutti amichevolmente chiamato “Giovanni”, vendeva dischi e cassette che ascoltavo per gioco fin da piccolo. Poi è arrivata la voglia di sperimentare le percussioni, elemento tradizionale in tutte le feste marocchine, specialmente a pasqua, ai matrimoni e al capodanno musulmano. Il desiderio di imparare a suonare mi ha spinto ad andare a lezione dal maestro Filiberto, direttore della banda cittadina di Montenovo, che mi ha infarcito di solfeggio e basi ritmiche per tutto l’anno (ancora oggi le mie conoscenze tecniche si fondano su quegli insegnamenti).

Ma quando sei ragazzo, si sa, vuoi suonare, non hai voglia di stare lì a contare il tempo tutto il giorno. Chi mi conosce dall’adolescenza, sa che se passavo molto tempo a cantare. Cantavo tutto quello che mi piaceva e che suscitava in me belle emozioni.

Ho comprato la mia prima chitarra classica a diciott’anni, iniziando da autodidatta a conoscere il suono di quello strumento magico da me chiamato “Carmen”, che avrebbe accompagnato la mia musica per molto tempo.

Nel 2001 ho conosciuto Michele Bellagamba, un incontro chiave del mio percorso musicale. Mi ha proposto di fare le prove con la sua band, che proponeva un repertorio rock anni Sessanta. Così ho scoperto relativamente tardi Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Black Sabbath, Ten Years After ecc., ma è stata una svolta cruciale, il kick starter per un percorso di esplorazione e ricerca che non si sarebbe più fermato.
Queste prove non sono andate lontano, ma mi hanno portato nella primavera dello stesso anno a conoscere The Yellow House, la band formata da Lorenzo Paoloni (batteria), Diego Cingolani (chitarra) e Giacomo Sebastianelli (basso). The Yellow House mi ha fatto crescere dal punto di vista espressivo e umano, sono stati dei veri amici: abbiamo suonato insieme, provato, passato giornate e serate insieme, condiviso la buona e la cattiva sorte.

Però, io cominciavo a sentire il bisogno di scrivere, ero stanco delle cover, c’era qualcos’altro in me che aspettava di essere tirato fuori.
Purtroppo i miei amici non desideravano la stessa cosa e a malincuore ho deciso di lasciare la band.
Intanto, durante i primi anni di Ingegneria avevo conosciuto quelli che tuttora considero fratelli di sangue, i quali mi hanno fatto crescere e provare nuove esperienze legate all’amicizia e alla musica, in particolare la dancehall.
Grazie a questo genere musicale originario della Giamaica, ho conosciuto Alessandro Medri e Alessio Fabbri, che mi hanno aperto le porte del Tam Tam Studio Recordings per registrare una intro al brano Africa Bolivia Paraguay.
Non sono stato pronto all’appuntamento con quel microfono, ma le mie doti si sono rivelate adatte per cantare altre cose. Poco tempo dopo ho presentato il provino del brano che oggi tutti conoscono come Spirit.

Nel frattempo ho intrapreso un percorso di formazione per diventare mediatore culturale e ho fatto un po’ di esperienza nelle Marche e in Emilia Romagna. A contatto con il mondo dell’immigrazione ho raggiunto la consapevolezza di voler riavvicinare la mia cultura d’origine, in ambiti, profili e aspetti che la sola memoria storica della famiglia non può e non riesce a soddisfare. Lo scorso ottobre mi sono iscritto al primo anno di Lingue e Culture Orientali a indirizzo Arabo dell’Università di Urbino. Seguo le lezioni nella sede di Pesaro e con grande sorpresa ho scoperto che non sono l’unico madrelingua ad aver intrapreso questo percorso.

Intanto sto lavorando con la mia band per preparare i prossimi concerti: presto ci vedrete sul palco come Momo Said & The Shockolates, insieme a me ci saranno Doktor Zoil al basso e Zan Lock alla batteria. Continuando a suonare cercherò di scavare ancora nel profondo della mia anima per rispondere alla domanda più difficile: “Chi sono?” Soltanto di una cosa sono sicuro, non sono da solo.

E chissà come sarebbe stata la mia vita se non fossi venuto in Italia. Probabilmente sarebbe stata comunque in una nazione diversa dal Marocco, perché mio padre non avrebbe rinunciato alle opportunità offerte al di fuori del suo paese negli anni Settanta. Sarebbe rimasto in Marocco solo a condizioni diverse. Se non fosse stata l’Italia, sarebbe stato un altro paese francofono d’Europa, ma non la Francia: mio padre non avrebbe accettato di vivere in casa di chi aveva ridotto il Marocco a una colonia, esiliando i suoi re.

Credo che la storia sarebbe stata così diversa, da non poterla concepire come possibile.

L’Italia resta ed è la nazione in cui sono cresciuto, e non riesco a immaginare un percorso diverso.

Questo paese rappresenta un anello di congiunzione del Mediterraneo, più forte e affascinante della Spagna alle porte dell’Atlantico. Nelle sue viscere conserva valori molto simili a quelli dell’altra costa del mare.

Penso che nel mio DNA ci sia, come in ogni forma migrante, l’incastro adatto al mutamento, che per forza o per amore non troverà sempre la combinazione perfetta tra i limiti delle sue diverse culture.

È qui che mi rendo conto che le radici sono fortunatamente inestirpabili. È qui che mi rendo conto che il telaio della persona viene costruito in un luogo, mentre la sua linea viene prodotta altrove, ma il motore è frutto di una collaborazione tra le officine. E i sogni fanno da pilota a questa vettura in costante elaborazione e adattamento.

Se non fossi mai partito dal Marocco, probabilmente passerei il tempo a parlare male dei miei parenti, mi impiccerei sui fatti di tutti, ma fingerei di non sapere nulla. Farei tre colazioni, due pranzi e due cene, massacrando la mia salute. Andrei al mercato tutti i giorni, per rifugiarmi sulla costa il pomeriggio a mangiare il pesce più fresco dell’Atlantico. Lavorerei come traduttore e avrei già studiato berbero, ebraico e sanscrito. Sarei un musulmano praticante, che si concede un bicchiere lontano da occhi indiscreti. Sarei già sposato con prole e, dato che sono molto geloso, avrei scelto di abitare lontano dal traffico della città, sul mare.

Data la leggerissima dieta marocchina avrei la panza a 30 anni, e parlerei male del governo.

Claudia Galal
Informazioni su

Metà italiana e metà egiziana, nasce a Urbino nel 1981 e cresce nel posto più tranquillo del mondo, l'entroterra marchigiano. Nel 2000 si trasferisce a Bologna, dove si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi socio-semiotica sulla street art. Alla fine del percorso di studi si sposta a Milano e comincia a lavorare nel campo dell'editoria e della comunicazione. Giornalista musicale, frequentatrice assidua di concerti, appassionata di arte contemporanea, subculture giovanili e semiotica, scrive per diverse testate cartacee e online. Il suo blog è thegreatmixtape (music and more to take with you)

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