Con grinta e passione ho costruito tutto senza mollare mai

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Alexy
Cognome
Urteaga
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Se dovessi trovare una parola per definirmi, userei imprenditrice. E’ quello che ho sempre sognato ed è quello che sono riuscita a realizzare con Ciao Tata, la ludoteca creata da da me e che tuttora gestisco a Milano da quasi cinque anni.

Ma prima di tutto mi presento. Mi chiamo Alexy, ho 44 anni e vengo dal Perù. Creativa, intraprendente testarda, allegra e minuziosa, ho tante passioni come il cinema, lo sport (bicicletta surf), amo il mare, leggere,mangiare pietanze di posti diversi e viaggiare. Da brava femmina adoro le scarpe, le borse, i profumi e la lingerie. Mi piacciono le emozioni forte, la monotonia non fa per me… adoro fare amicizia e mi piace essere lusingata per i miei pregi.

Sono cresciuta a La Oroya, una cittadina mineraria nel centro del paese. I proprietari dei giacimenti erano americani “Centromin Perù” e chiamarono mio padre,Max Urteaga,come Professore a insegnare nella scuola per i figli dei dirigenti della miniera. Io sono cresciuta lì, insieme a mia sorella Milu, ai due fratelli Max y Josè Manuel, e a mia madre Sara, che aveva preso in gestione una mensa dell’ospedale. Economicamente stavamo bene, vivevamo in una bella casa nella parte di La Oroya riservata ai dirigenti.

Dopo il liceo, mi iscrissi alla Scuola Nazionale di Arte Drammatica a Lima, dove mi volevo specializzare direzione e produzione e dove ho studiato teatro infantile. Intanto avevo cominciato a lavoricchiare. Stavano aprendo un piccolo quotidiano locale e mi affidarono il compito di vendere gli spazi pubblicitari. E gli affari andavano bene.
Era l’epoca delle elezioni del 1990, quando tutti volevano comprare gli spazi per la campagna elettorale. C’erano i miei primi stipendi, vedevo i soldi guadagnati e, complice anche i problemi tra i miei genitori, avevo sempre più voglia di essere indipendente.

Volevo vivere la mia vita, studiare e lavorare, lontano dai miei. Avevo 19 anni, ero piena d’entusiasmo. Ma dove andare? Sicuramente non negli Stati Uniti, sarebbe stato come stare a casa, visto che a Miami vivevano i parenti di papà. E pensai all’Italia. Quello era il periodo delle prime tate e delle prime colf. Di questo paese conoscevo Giovanni Paolo II e qualche parola come “Buongiorno, buonasera e non ancora”, pronunciata con l’accento sbagliato.

In Italia non avevo parenti, l’unico contatto era quello di un nipote di un’amica di famiglia che viveva a Milano. Comprai i biglietti aerei (andata e ritorno) e andai all’aeroporto. Era il dicembre del 1989 e partii quando a casa c’erano circa 35 gradi, era l’inverno australe. Avevo in tasca 100 dollari. Quando atterrai a Milano, ritirai i bagagli, uscii dall’aeroporto e presi il primo autobus che vidi. Era il 73, c’era scritto San Babila ma non sapevo che mi avrebbe portato in centro. Mi addormentai sul bus e mi svegliò il conducente al capolinea. Scesi e vidi per la prima volta il Duomo. L’avevo visto tante volte in cartolina e starci davanti mi aveva fatto capire che non era un sogno. Cercai un albergo e ne trovai uno, proprio in centro. Ero stravolta e mi misi a dormire. Mi svegliai tardi la mattina dopo e andai a pagare.

Quell’hotel costava 99 dollari a notte, in Perù con i 100 dollari guadagnati pensavo di vivere qualche mese, invece mi trovai senza soldi.
Il receptionist fu molto gentile e mi consigliò di andare un fast food nel centro di Milano dove si ritrovavano i sudamericani e di cercare il lontano amico di famiglia. Per fortuna nel 1989 gli immigrati, anche i sudamericani non erano molti. E lo trovai subito. Gli spiegai la mia situazione, gli dissi che avevo bisogno di un posto per dormire perché ero rimasta senza soldi. Lui mi diede il permesso di dormire nell’appartamento dove viveva con altri peruviani, ma mi mise alcune regole. Potevo dormire sul divano, ma dalle 6 del mattino alle 7 di sera dovevo stare fuori di casa.

E fu così che cominciai a conoscere Milano. Prendevo la metropolitana, non ci ero mai salita, pensavo a un numero e facevo quel “numero” di fermate. Ogni giorno un posto diverso. E una mattina vidi il 73 e lo ripresi. Andai all’aeroporto di Linate e lì, forse, feci un incontro che ha cambiato la mia vita. Si chiamava Lucy ed era in sala d’aspetto. Era peruviana e stava attendendo sua sorella che lei diceva vivesse a Milano. La doveva venire a prendere ma non arrivava. Non c’erano i cellulari e l’unica cosa che avevamo era un indirizzo: viale Lomellina. La andammo a cercare in taxi, ma scoprimmo da quello che ha scritto la sorella che quel viale Lomellina non era a Milano, ma a Torino. Non ci potevamo andare subito, così le proposi di dormire a casa mia.
Avevo paura che il mio padrone di casa peruviano mi sbattesse fuori di casa, ma così non fece. La mattina dopo partimmo, ritrovammo la sorella e io tornai a casa. Lucy non l’ho mai più rivista.

Dieci giorni dopo però, alla mattina presto, mentre mi stavo preparando a uscire come al solito, suonarono alla porta. Cercavano Alexy, cioè me. Era la sorella di Lucy, mi voleva ringraziare, io le chiedo un aiuto. Lei mi raccomandò a un convento di suore di Torino, dove c’era la possibilità, con un piccolo trucco, di tenere una ragazza straniera ad aiutare per qualche mese. Mi trasferii subito.
In convento mi davano vitto e alloggio e in cambio davo una mano a Suor Enedina e alle altre sorelle con le faccende domestiche. In più la sera, un’ora al giorno studiavo italiano. Però fu solo un periodo. Un giorno la madre superiora mi chiamò e mi disse che nonostante tutti fossero contenti di me, dovevo andare via perché non c’era la possibilità di tenermi.

Anche se ci sarebbe stata un’altra via d’uscita: quella di curare i bambini di una famiglia di Torino. Indossavo guanti e uniforme e mi dovevo occupare della casa e dei due bambini, un maschio e una femmina. Bravissimi ed educatissimi. Mi trovai subito bene, anche perché condividevo con la padrona di casa tante ideologie. Fumavamo di nascosto dal marito e instaurammo un bel rapporto. Guadagnavo bene, mi ero abituata ma non ci misi tanto a capire che non era arrivata dal Perù per fare quel lavoro.

Lasciai con dispiacere la famiglia e Torino, tornando a Milano con una amica che nel frattempo era arrivata in Italia. Cominciai a fare diversi lavori,pizzerie, bar, ristoranti, sempre con la mia idea, non mollare mai e credere in quello che si fa, forse la migliore lezione che ho imparato dalla mia vita, soprattutto in Italia.

Era faticoso ma mi piaceva e i soldi non mancavano, così riuscivo anche ad aiutare i miei fratelli che stavano studiando in Perù. Riuscivo anche a viaggiare, in quegli anni ho avuto la possibilità di visitare tante Nazioni. Poi ad un certo punto ho sentito il bisogno di colmare una mancanza che sentivo. Quella di non aver “un pezzo di carta in mano”. Pensai a quello che volevo e potevo fare (non potevo permettermi di dedicarmi solo allo studio) e mi iscrissi all’Accademia Nazionale di Vetrinisti, li avrei imparato un mestiere ricco di creatività, fantasia e organizzazione. Imparai un nuovo mestiere che mi consentì di girare fiere, di allestire negozi e di vincere anche un concorso a Rozzano.

Poi una grande occasione, che è stata forse la mia più grande sconfitta. Per le elezioni peruviane del 2006, i sostenitori di Alan Garcia e del Partito Aprista cercavano persone che potessero “raccogliere” voti tra gli emigranti per il loro candidato. Io non avevo mai fatto politica e non avevo in pratica rapporti con i miei connazionali ( e non ne ho praticamente avuti dopo). Cominciai a girare parchi, luoghi di ritrovo, regalavamo gadget, radunavamo persone, parlavamo e spiegavamo. E quando Alan Garcia diventò presidente, ci volle conoscere. Dovevamo promuovere l’immagine del Perù in Italia. Per farlo la ADEX, l’associazione degli esportatori del Perù, ci fece corsi di management, diritto, economia. Abbiamo organizzato convegni, incontravamo autorità, imprenditori e siamo riusciti a far arrivare anche il vicepresidente della Repubblica Peruviana Dtt. Alejandro Giampietri.
Un’esperienza al top ma che mi ha fatto capire che più di così non si poteva fare con le mie conoscenze. Mi sentivo come prigioniera del mio entusiasmo, mi sono detta o mi preparo o cambio lavoro.

E così ho deciso di ricominciare per diventare imprenditrice.
Di giorno lavoravo e di sera frequentavo i corsi della Camera di Commercio. Loro che hanno sempre sostenuta le mie idee e mi aiutarono a creare un progetto unico nel suo genere. Studiavo psicologia, marketing, programmazione, insomma tutto quello che c’è da sapere per far nascere un’azienda. E dopo due anni e un corso seguito all’Università Bocconi cominciai a preparare il progetto che poi è diventato CiaoTata, la Ludoteca che gestisco con l’aiuto di mia sorella Milù, in centro vicino al Corso Buenos Aires e alla stazione centrale.

Fatto insieme agli esperti della Camera di Commercio, è stato un lungo lavoro di programmazione e di preparazione (scegliere il luogo ideale, allestire le stanze, preparare i pupazzi e le maschere personalizzate…. nulla doveva essere a caso) e il 18 settembre 2009, abbiamo aperto.
Mi rende fiera il fatto di aver cominciato nel pieno della crisi e di riuscire ora, a dare lavoro, oltre a mia sorella, a 6/7 ragazze che a turno gestiscono i vari laboratori.

Ho visto l’Italia cambiare a causa della crisi e in tutti questi 25 anni. L’ho visto mutare in peggio, ma non è solo una questione economica, ma di sistema.
Come sarei stata senza venire in Italia? Quasi sicuramente avrei lavorato nel teatro, magari come regista. Il futuro? Per il lavoro lo vedo bene. Spero di avere sufficiente entusiasmo per portalo avanti. Mi ritengo una vincente, una persona positiva che crede pienamente nelle capacità, l’impegno, l’onestà e nel fatto che la passione supera ogni limite che la mente ci impone!

Roberto Brambilla
Informazioni su

Classe 1984, milanese di nascita ma cuore granata. Dopo la laurea in lingue, ho scoperto il giornalismo. Sono arrivato a scrivere di sport quasi per caso. E non ho più smesso

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One comment on “Con grinta e passione ho costruito tutto senza mollare mai
  1. LEYLI RODAS ha detto:

    Felicitaciones Alexy, eres un orgullo para todos,y un gran ejemplo a seguir, sigue siempre adelante.

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