Amore e musica: ed è subito casa

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Abdoullay
Cognome
Traore
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

L’Orchestra di via Padova ( a Milano) è la mia famiglia italiana, sono felice di averla incontrata e di essere stato accolto come un fratello dai suoi componenti, così come io cerco di accogliere con gioia i nuovi musicisti e le persone che vengono ai nostri concerti. La musica rende felici e aiuta le persone a stare bene fra loro, a comunicare, a scambiarsi emozioni e a superare le barriere.
Io sono Abdoullay Kadal Traore, ma tutti mi chiamano Ablo, ho 33 anni e vengo dal Burkina Faso, ma ormai vivo in Italia da più di dieci anni.

A portarmi qui è stata la musica, ma a trattenermi sono state le bellissime persone che ho incontrato. Suono con l’Orchestra di via Padova dal 2006, fin dall’inizio dell’avventura. Ricordo bene com’è cominciato tutto: a Massimo Latronico, che ora è il direttore del gruppo, è venuta l’ideale geniale di mettere insieme musicisti di provenienza e cultura diversa. Abitavamo entrambi, e abitiamo tuttora, in questa zona di Milano intorno a via Padova, alla quale siamo molto affezionati nonostante tutti i pregiudizi che la circondano. Tramite alcuni amici comuni mi ha contattato per telefono e mi ha raccontato del suo progetto di orchestra multietnica, facendomi innamorare subito di questa idea. L’ho invitato a casa mia per fare quattro chiacchiere e la musica ci ha fatto sentire subito amici.

La mia casa sembra un museo di strumenti etnici africani
, ce ne sono tanti e di diversi tipi, sono la cosa più preziosa e importante che ho portato dalla mia terra. Massimo era molto curioso, così glieli ho fatti provare, abbiamo suonato insieme e parlato tutta la sera. Ecco come sono entrato nell’Orchestra di via Padova, con il mio bagaglio di cultura musicale africana e il mio piccolo “patrimonio” di strumenti tradizionali, come balafon, ‘ngoni e percussioni varie.

La musica è sempre stata una parte fondamentale della mia vita. Sono cresciuto in una famiglia di griot, i cantastorie africani che con la loro arte musicale e teatrale tramandano la cultura tradizionale e scandiscono tutti gli eventi importanti della comunità, dalle cerimonie religiose alle feste, dai lavori quotidiani alla caccia nella foresta. Ho imparato a cantare e suonare fin da piccolissimo, spinto da mio nonno, che mi ha iniziato agli strumenti africani tradizionali e mi portava in giro per i villaggi a riscoprire i suoni più antichi e le mie origini.

Anche in Burkina Faso suonavo in un gruppo, i Kandiya. Era un gruppo di musica tradizionale e il nostro desiderio era di farci conoscere anche in Europa e nel resto del mondo per portare la cultura africana dappertutto. Sapevamo che la musica è un ottimo mezzo di sensibilizzazione.
Grazie ad alcuni amici europei che erano stati in Burkina Faso e avevo registrato del buon materiale audio e video, siamo riusciti a organizzare una tournée in Italia. Avevamo già otto anni di esperienza alle spalle, ci sentivamo abbastanza forti e pronti per affrontare il pubblico italiano in concerti dal vivo. La nostra prima tournée italiana è stata nel 2001, ma siamo tornati anche l’anno successivo, sempre grazie al supporto di alcune associazioni.

A quel punto ho deciso di restare in Italia, non solo perché questo paese mi è piaciuto subito, ma soprattutto perché ho incontrato quella che poi sarebbe diventata mia moglie, Laura. Anche la mia grande famiglia allargata l’ha conosciuta e amata subito. È venuta diverse volte in Africa con me e, quando vado senza di lei, tutti i miei parenti e i miei amici mi chiedono “dov’è Laura?”.
Mia moglie è la persona più importante per me, mi aiuta e mi sostiene in tutto quello che faccio. È stata lei a impegnarsi per portare il mio gruppo a suonare in Italia, entrambe le volte, attraverso l’associazione con cui lavorava. Poi mi ha aiutato ad ambientarmi e a scoprire l’Italia. È stata con me ogni giorno, non potrei fare a meno di lei. È il mio faro, la numero uno.

Insieme nel 2003 abbiamo fondato una nuova associazione, che si chiama Sinitah e cerca di diffondere la cultura africana in Italia, aggregando intorno a sé gli artisti africani che vivono qui. Così ho messo le mie radici anche in Italia e qualche anno dopo è iniziata l’avventura con l’Orchestra di via Padova. Suonare in questo ensemble è un’esperienza, umana e professionale, stupenda. È uno scambio continuo, una miscela potente, perché siamo tante etnie diverse e ognuno di noi porta una parte della sua cultura, delle sue radici, dei profumi della sua terra. Il nostro obiettivo è regalare un po’ di gioia e di energia alle persone che ci seguono e ci vogliono bene. Speriamo anche di dare l’esempio ai giovani di questo quartiere, perciò siamo molto contenti di fare le prove nella sala della Scuola Media Rinaldi. Era una stanza inutilizzata da anni, noi l’abbiamo sistemata e messa a disposizione dei ragazzi, permettendo loro anche di usare alcuni dei nostri strumenti.
Mi piace sentirmi parte del quartiere, della comunità e di questo Paese.

Quando sono partito dall’Africa avevo sentimenti contrastanti, mi chiedevo come sarebbe andata, ero spaventato dal fatto di non sapere l’italiano.La prima volta che ho messo piede in Italia era estate, mi è andata bene, ma il passaggio verso la stagione fredda è stato difficile, ho vissuto i cambiamenti climatici in maniera un po’ traumatica. La scoperta della nebbia e poi della neve mi ha fatto provare una sensazione stranissima. I primi tempi ho sofferto tantissimo il freddo, poi mi sono gradualmente abituato. Ora il mio fisico si è fatto gli anticorpi.

Se l’impatto con il clima italiano è stato duro, non lo è stato affatto quello con le persone. Non ho mai sentito ostilità nei miei confronti, probabilmente perché il mio lavoro mi ha aiutato molto a socializzare con le persone e il fatto di conoscere già tanti italiani, quelli che avevo incontrato nella mia terra, ha favorito il mio inserimento. Non mi sono mai sentito solo in Italia e ho incontrato tante belle persone. La musica è un veicolo per comunicare, perciò è stato facile.

Non ho mai avuto problemi burocratici, nemmeno per la richiesta dei documenti, anche perché Laura e io ci siamo sposati subito e ho potuto chiedere la cittadinanza italiana. L’ho ottenuta dopo cinque o sei anni. Ora sono italiano e mi sento italiano, per una larga parte, diciamo al 90%. Avere la cittadinanza, il riconoscimento dei diritti e dei doveri di un italiano, ti dà forza, ti dà nuovo entusiasmo per restare e impegnarti qui.
Però, tutti gli anni torno in Africa, ne sento il bisogno. Mi manca, tu sai dove sei nato e se lasci la tua terra ti resta una ferita. Ti mancano i genitori, gli amici. Io sono cresciuto in una famiglia numerosa, che comprende i miei genitori e i miei fratelli ma è allargata a tante altre persone, parenti più o meno vicini. Siamo sempre in contatto e ci telefoniamo continuamente. Cerco di non far sentire troppo la mia mancanza.

La mia famiglia ha accettato la mia scelta di lasciare il Burkina Faso per trasferirmi in Italia. In Africa, se un ragazzo prende una decisione che la famiglia ritiene positiva, viene appoggiato e sostenuto in tutto e per tutto. Ecco perché la mia famiglia non mi ha ostacolato, nonostante fossi il primo figlio. La mia partenza è stato un trauma per loro, ma sapevano che stavo seguendo il mio sogno e ora sono tutti contenti per me, perché sta andando tutto bene. Sono contenti che io abbia trovato l’amore e sono sereni perché non sono mai da solo.

Qui ho anche un sacco di amici africani, non solo del Burkina Faso, con i quali mi trovo spesso per suonare. Anche gli altri membri del mio vecchio gruppo hanno lasciato l’Africa per cercare maggiori opportunità nel mondo della musica. Qualcuno è in Francia, qualcun altro in Svizzera e qualcun altro ancora in Germania, ma cerchiamo di incontrarci e riunirci quando è possibile. Siamo amici da quando siamo bambini e anche loro sono persone importanti per me.

Claudia Galal
Informazioni su

Metà italiana e metà egiziana, nasce a Urbino nel 1981 e cresce nel posto più tranquillo del mondo, l'entroterra marchigiano. Nel 2000 si trasferisce a Bologna, dove si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi socio-semiotica sulla street art. Alla fine del percorso di studi si sposta a Milano e comincia a lavorare nel campo dell'editoria e della comunicazione. Giornalista musicale, frequentatrice assidua di concerti, appassionata di arte contemporanea, subculture giovanili e semiotica, scrive per diverse testate cartacee e online. Il suo blog è thegreatmixtape (music and more to take with you)

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