Forse brasiliana, forse italiana, sicuramente un’artista

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Rayane
Cognome
Guedes
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Parlare di me è difficile. Sono giovane, ho ventitré anni e forse l’unica cosa che possa affermare con certezza è che in qualunque posto del mondo fossi nata e cresciuta, avrei comunque seguito la strada dell’arte.
Sono iscritta all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Ho scelto di studiare arte perché è stato il mio interesse fin da quando ero molto piccola. Nel mio percorso di artista la mia principale fonte d’ispirazione sono le persone, con i loro atteggiamenti, le loro espressioni, le loro emozioni, il loro modo di rapportarsi con gli altri, di essere buffe o serissime, di cambiare faccia.

Mi piace molto osservare e guardare gli altri, a partire dall’abbigliamento e dall’aspetto esteriore, chiedendomi perché le persone hanno scelto di vestirsi in un certo modo. E anche la televisione mi influenza. Forse è brutto da dire, ma è impossibile che la televisione non ci influenzi in qualche modo. È difficile dire a priori “io non guardo la televisione”. Certo, ognuno è libero di fare le sue scelte, ma è anche interessante vedere come cambiano i programmi televisivi, come diventano più finti, plasticosi e costruiti. In fondo è parte integrante della nostra società, il mezzo di comunicazione più diffuso e accessibile a tutti, è inevitabile che ci influenzi in un modo o nell’altro.
Un’altra cosa che mi piace tantissimo è muovermi, ma non per forza con tante persone. Mi piace muovermi anche da sola, essere libera in ogni spazio e in ogni circostanza. Libera dagli sguardi, dal non dover per forza parlare, libera in generale.

Sono nata a Recife, in Brasile, e ho vissuto lì fino all’età di otto anni. Della prima parte della mia vita mi ricordo un sacco di cose.
I miei si sono separati quando io ero molto piccola, così io sono rimasta a vivere con mia madre. Lei lavorava tanto ed era quasi sempre fuori casa. Ogni giorno, quando rientrava, mi portava uno di quei libretti con i disegni da colorare, in particolare quelli di una serie televisiva per bambini molto famosa in Brasile, simile all’Albero Azzurro.

La passione per il colore e il disegno ce l’ho sempre avuta. Mi piaceva creare cose con le mie mani, per esempio oggetti in carta, coriandoli, stelle filanti, e coinvolgevo nei miei giochi i miei cugini. Da bambina avevo la mia stanza tappezzata di ritagli, fogli e foto di riviste, non c’era nemmeno uno spazio vuoto, perché volevo essere circondata da una tappezzeria colorata. Adesso invece ho le pareti vuote, ho solo un piccolo magnete di Jim Morrison che ho trovato al Museo del Novecento di Milano. Preferisco che la stanza mi trasmetta un po’ di serenità, non voglio avere troppa confusione intorno a me.
Una cosa che mi viene subito in mente è tutto il tempo che trascorrevo con i miei cugini, perché ne avevo davvero un’infinità. Io vivevo con una cugina e un cugino, che erano fratelli tra loro, ma ogni giorno ci venivano a trovare tutti gli altri e facevamo un sacco di giochi divertenti. Ci inventavamo il teatro con il letto a castello: sotto si svolgeva lo spettacolo, si aprivano le tende e cominciavamo a inventare storie.

Ultimamente mi torna spesso in mente un episodio in particolare, che in realtà non è tanto divertente ma è quasi drammatico. I miei cugini e io volevamo inventarci una festa, senza motivo, e avevamo tagliato le pagine dei quotidiani e delle scatole di cartone in tantissimi minuscoli pezzettini per fare i coriandoli. In quella situazione di euforia e delirio, ho avuto un momento di pazzia e ho deciso che avrei voluto fare la donna di carta, così mi sono infilata pezzettini di carta e cartone nel naso fino a riempirlo. Mia mamma era al lavoro, non c’era nessuno a impedire questo casino. Quando ho cercato di togliermi la carta dal naso, un pezzettino di cartone è rimasto dentro e non riuscivo più a toglierlo. Ricordo che sono stata tutto il giorno in silenzio, immobile, ad aspettare che mia mamma tornasse dal lavoro. Poi mi ha portata all’ospedale e mi hanno finalmente liberato. Non ricordo nemmeno se è stato doloroso, ho rimosso quella parte di storia.

E poi mi viene in mente spesso la luna sul mare, che sembra enorme sulla spiaggia di Recife.
Eppure, forse mi sono abituata così tanto a stare qua, tornando raramente, che non sento una vera mancanza, come invece la sente mia madre che ha passato in Brasile gran parte della sua vita e soffre di nostalgia, di saudade.

Non so se mi sento più italiana o brasiliana, anche se ho la cittadinanza italiana. Questo è il problema. In questo periodo il fatto di non sentirmi né italiana né brasiliana mi sta segnando molto. All’inizio negativamente, perché mi chiedevo come fosse possibile che io non mi sentissi né l’una né l’altra, però adesso la sto prendendo con filosofia. Forse è positivo, perché ho la mente libera di essere quello che voglio. Infatti, cerco di pensare che sarà sempre così, che non riuscirò mai a definirmi con precisione, che resterò mutevole e non avrò mai un’identità precisa.
La nazionalità non è così importante, anche perché adesso è facile spostarsi. Ognuno di noi potrebbe spostarsi e vivere altrove. Adesso vivo a Milano, ma se mi trasferissi in Germania, sarei tedesca? L’importante è essere coscienti di quello che ti succede nel momento presente, bisogna vivere con consapevolezza. Non avere un’identità precisa potrebbe essere una fortuna oppure no, in questo momento non so dirlo. Magari una persona nata in Brasile, continuando a sentirsi brasiliana anche vivendo altrove, può essere più felice di qualcuno che invece ha un sentimento più ballerino rispetto alla propria origine.
Per ora non lo so, forse lo scoprirò più avanti. Oppure se mi sentissi assolutamente brasiliana, starei male qua e soffrirei come mia mamma. Chi lo sa? Per ora va bene così.

Mi piace moltissimo ballare e questa può essere una caratteristica brasiliana. Mi piace coinvolgere le persone con balletti stupidi e divertenti per scherzare e spezzare la noia della routine, per sdrammatizzare le situazioni, allentare la tensione della giornata. Lo faccio spesso con i miei coinquilini. Invece, non so se ho anche qualche caratteristica strettamente italiana.

Quando sono partita ero così piccola che non mi rendevo conto che avrei lasciato la mia casa e me ne sarei andata per sempre. L’ho preso come un viaggio, un’avventura. “Domani si parte, sono felice di partire.” Ricordo che la sera prima guardavo la televisione ed ero tranquilla, e la mattina dopo sono salita sull’aereo con mia mamma.
I miei genitori si sono separati quando ero molto piccola, poi mia mamma ha conosciuto un’altra persona, italiana. Abbiamo passato un po’ di tempo insieme in Brasile, ma poi lui è dovuto tornare a casa, a Biella, e così lo abbiamo raggiunto per trasferirci lì.

Claudia Galal
Informazioni su

Metà italiana e metà egiziana, nasce a Urbino nel 1981 e cresce nel posto più tranquillo del mondo, l'entroterra marchigiano. Nel 2000 si trasferisce a Bologna, dove si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi socio-semiotica sulla street art. Alla fine del percorso di studi si sposta a Milano e comincia a lavorare nel campo dell'editoria e della comunicazione. Giornalista musicale, frequentatrice assidua di concerti, appassionata di arte contemporanea, subculture giovanili e semiotica, scrive per diverse testate cartacee e online. Il suo blog è thegreatmixtape (music and more to take with you)

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