Nato in Italia ma vengo da lontano

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Sampath
Cognome
Jayaesekara
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Sono nato a Bollate (provincia di Milano) da genitori srilaknesi che si erano conosciuti in Italia. Mia madre arrivò a Milano nel 1974. Fino all’età di 6 anni sono rimasto in Italia con loro. Poi ci imbarcammo per tornare in Sri Lanka.
Come molti immigrati, la mia famiglia pensava di fare soldi e di tornare in Sri Lanka per godersi la vita. Per carità, tutto legittimo. Peccato che il destino aveva in mente altri piani.

Con il passare dei mesi, i miei familiari hanno dovuto constatare che le vita in Sri Lanka fosse più difficile di quanto avevano previsto a causa del gap culturale con la mentalità dominante. Mia madre era venuta in Italia a 24 anni e si era italianizzata e non si è più ritrovata negli usi, nei costumi e nelle abitudini locali. Per cui, all’età di 10 anni, dopo aver finito il ciclo della scuole elementari, siamo tornati in Italia. In parole semplici, sono un immigrato, dopo esserci nato, in Italia.

Torniamo a Milano e andiamo a vivere da mia zia in Viale Popoli Uniti. Mi iscrivono alle elementari. Mi mettono in seconda classe. Notate: avevo 10 anni, avevo finito le elementari in Sri Lanka, e invece di frequentare le medie mi trovo in seconda elementare circondato da bambini e bambine di un altro paese (ovvero l’Italia- dopotutto io era un cittadino dello Sri Lanka) ma anche di un’altra generazione. Il motivo? In Sri Lanka avevo dimenticato l’italiano. A perte “ciao come stai”, non potevo sostenere un discorso in italiano.
Però mi son subito trovato bene. Ero il più grande, in tutti i sensi, della classe. Legai molto con un bambino cinese di nome Hu. Il suo livello di italiano era peggio del mio, ma nonostante tutto ci capivamo.

Appena ripresi dimestichezza con la lingua, che era rimasta in qualche cassetto della mia memoria, l’anno successivo fui spedito direttamente in quinta elementare. Sono passato dalla seconda alla quinta e non ero un secchione. Le maestre erano stupefatte per come imparavo velocemente l’italiano.

Se avete perso la linea temporale delle mie vicende scolastiche ve le riassumo al volo: invece di essere in seconda media, ero in quinta elementare, senza aver frequentato la terza e la quarta. E in più le maestre erano entusiaste del mio livello di apprendimento.

Nel frattempo mia mamma trova lavoro come custode in una bellissima casa nel centro di Milano. Avevo solo amici italiani. Non avevo relazioni con la comunità singalese. Tuttavia la mamma ci teneva molto che in famiglia almeno tra di noi parlassimo in srilankese.
A 14 anni le prime discussioni per avere il permesso di uscire di casa la sera, svago basilare quando vivi in una metropoli sicura come Milano ma che ai ragazzi dello Sri Lanka che vivevano in Italia non era concesso per questioni di mentalità e cultura. Alle medie ebbi la mia prima fidanzatina.

Sono alle scuole superiori. Scelgo il liceo scientifico non per mia volontà: io avevo una grossa passione artistica, mi piaceva disegnare e mi appassionava l’architettura. Mia madre, invece, in sintonia con la mentalità delle famiglia dello Sri Lanka, sognava che il figlio maggiore diventasse un ingenere o dottore.
Feci il primo anno di liceo scientifico al Liceo Francesco Severi. Era un ambiente molto borghese, con compagni di classe che appartenevano a famiglie benestanti. Mi fecero pesare la mia condizione di migrante. E non ero un migrante. Ricordo ai gentili lettori che sono nato in Italia. Una professoressa si era convinta che avessi qualcosa in meno rispetto ai compagni. Non mi considerava alla pari. In quel periodo incomincia a pensare di avere dei problemi di lingua. Poi mi ruppi un polso e dovetti abbandonare la scuola per due mesi. Ero rimasto indietro in matematica e fisica. Presi una decisione importante: la faccio finita con lo scientifico e mi iscrivo al liceo artistico in Via Santa Marta.
Furono anni bellissimi e importantissimi per la mia formazione. Si era accesa la passione per il mondo del design e spenta quella dell’architettura. Il passo successivo fu quello di approdare alla facoltà di design presso il Politecnico di Milano.

Mentre consolidavo la passione per il design un’altra era dietro l’angolo: quella per la religione.
Nel periodo che corrisponde alla fine del liceo, mia madre, insieme ad altre persone, forma un comitato il cui lavoro produsse la nascita di un tempio buddista. Avevano preso un capannone in disuso in Via Chiesa Rossa (lo so la battuta viene spontanea:un tempio buddista in via Chiesa Rossa) che fu ristrutturato e adeguato alla dignità che merita un luogo di culto.
Il mondo di relazioni e di passioni che quel tempio esprimeva contribuì a farmi avvicinare agli insegnamenti del buddismo e mi fece connettere alla comunità singalese di Milano. Oltre a pregare e a meditare, ci andavo per perfezionare la lingua e frequentare i seminari.

Il main focus della mia vita era però l’università. E non erano tutte rose e fiori. I professori venivano in gran parte da architettura. L’ambiente era poco stimolante. In due anni non riuscii a trovare la mia dimensione e transitai all’istituto europeo di design, lo IED.
Lì trovai un ambiente fantastico, internazionale, con amici di 80 paesi diversi. Il valore aggiunto era il contatto diretto con le aziende. Mi diplomai in design del prodotto a 26 anni.

La fortuna si ricordò che avevo un credito con lei. Esco dallo IED e lo IED viene a cercarmi. Mi invitano a lavorare per il centro ricerche dello IED su un progetto in partnership con la Pirelli. A conclusione del progetto la Pirelli mi propone un rapporto professionale. Era il 2007. Le cose andavano bene. Laurea, stage e offerta di lavoro in una grande azienda. Per un ragazzo che faceva la II° elementare a 10 anni non è male.

Ma ora viene il bello. Un terribile virus entra nel sistema della mia vita. Si chiama burocrazia italiana. Non avendo una busta paga che provasse il mio reddito e non essendo più sponsorizzato da mia madre, mi trovai in un limbo di pratiche, di bolli, di norme che cambiavano in continuazione e che non mi permettevano di rinnovare il mio permesso di soggiorno.

Destino volle che le pratiche per il rinnovo del permesso di soggiorno erano passate dalla competenza della questura all’ufficio postale. Nessuno degli impiegati delle poste sapeva una cippa dei permessi di soggiorno. Sono stato rimbalzato dalla questura all’ufficio postale un mare di volte. I tempi incominciavano ad allungarsi al punto tale che la Pirelli non potette più permettersi di attendere.

Ma la fortuna non mi abbondonò. Un amico che lavorava presso una società che si chiama Momo mi aveva segnalato all’ufficio risorse umane. L’amministratore delegato mi fece un contratto ed entrai in Momo dove tutt’ora lavoro come product designer e marketing.
Nel frattempo mi sono anche sposato con una ragazza di origine srilakesi.

Quando penso a come sarebbe stata la mia vita se non fossi tornato in Italia chissà non ho nulla di cui rimpiangere. Lo Sri Lanka non è la terra promessa del design. Se fossi rimasto in Sri Lanka forse sarei diventato un architetto con la passione del design.

C’è un detto che dice: “Parangiin Kotte giya wage“. E’ un proverbio che nasce da una vicenda dell’epoca del colonialismo portoghese, quando le milizie portoghesi chiedendo ad un abitante locale la strada più vicina per andare alla città di “Kotte” (citta all’epoca di grande importanza strategica), quest’ultimo si offri di accompagnarli ma facendogli fare una strada assai piu lunga per permettere alle milizie srilankesi di organizzarsi.
Il proverbio si usa per riprendere una situazione in cui spesso facciamo lunghi percorsi per poi raggiungere una meta o soluzione assai più vicina o più facile di quanto si pensi.

Io credo di aver fatto un lungo percorso per poi tornare alla meta (o percorso) a cui forse ero già destinato… ma la vita mi ha insegnato che a volte facendo i percorsi più lunghi e magari difficili si impara e ci si “arricchisce” molto di più.

Martino Pillitteri
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4 comments on “Nato in Italia ma vengo da lontano
  1. mallika ha detto:

    Veramente bravissimo. Hai trovato la tua strada. Quando visto la tua mancanza su FB sono rimasto molto triste. Vero ché non ci siamo visti, non l’abbiamo mai parlato. RIP Sampath.

  2. sampath ha detto:

    un esempio di saggio per i nostri figli.

    UN GRANDE SALUTO…………….

  3. sampath silva ha detto:

    R.I.P. Sampath

  4. Nalaka ha detto:

    Sam R.I.P

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