Sapessi com’è strano, essere brasiliano a Milano

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Daniel
Cognome
Plentz
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Questo periodo della mia vita è confuso, in questo momento non so dire chi sono. Forse sono una persona che si chiede costantemente chi è. C’è una canzone di un autore brasiliano molto importante degli anni Sessanta, Raul Seixas, che dice: “Preferisco essere questa metamorfosi ambulante”. Ecco, forse mi sento proprio così, ma probabilmente sarà la crisi dei trent’anni.

Sono cresciuto a Porto Alegre, nel sud del Brasile, e la mia vita là era molto facile. Frequentavo l’università e mi stavo per laureare alla Cattolica, intanto lavoravo in pubblicità come art director junior alla Thompson e la sera uscivo con i miei amici. Molto easy.

Fin da bambino ho sempre studiato musica e avevo questo sogno di riuscire a vivere di musica. Intorno ai vent’anni suonavo in tanti gruppi diversi e intanto mi dicevo che quella era l’età giusta per tentare di fare il musicista seriamente, di dare retta alla mia fantasia. Però mi sembrava che non ci sarei riuscito se fossi rimasto in Brasile, forse per la pressione sociale, forse perché quella del musicista non è vista come una vera professione…
Pensavo che allontanandomi dal mio ambiente avrei avuto maggiori possibilità di provarci e realizzare il mio sogno, così sono partito per Barcellona per frequentare il Conservatorio di quella città. Sono rimasto in quella scuola meno di un anno, perché era troppo costosa per le mie tasche e non volevo chiedere soldi ai miei, visto che avevo deciso di andarmene da casa.

Allora ho fatto tutti i lavori più strani: ho pulito le lumache vive, ho fatto il cameriere e l’aiuto-cuoco. Ho persino provato a fare il venditore di quadri (ovviamente non miei) per strada, perché attraverso un amico avevo conosciuto questo tizio losco che gestiva un giro di vendite d’arte. Aveva diviso la città per zone e ogni venditore doveva occuparsi di una precisa zona. La mattina arrivava con la sua macchina, apriva il bagagliaio e noi venditori potevamo scegliere i quadri da portare in giro, in ordine di anzianità. Io ero l’ultimo arrivato e mi restavano solo le croste, tele enormi che mi trascinavo a piedi per i quartieri di Barcellona, fingendo di essere un pittore.
Potevo vendere ogni quadro al prezzo che volevo, l’importante era che al tizio arrivassero cinquanta euro. Ho resistito appena una settimana: ho venduto un solo quadro a sessanta euro, perciò non era un’occupazione molto redditizia.

Mentre studiavo al Conservatorio, ho scoperto che a Barcellona c’era una scuola per tecnici del suono (la SAE) che cercava dei musicisti e delle band che facessero da cavia per gli aspiranti fonici. Senza pensarci, mi sono iscritto a quella lista, dicendo che avevo un bellissimo progetto di bossa nova, che però non esisteva affatto. Un giorno mi hanno chiamato per andare a suonare e ho dovuto mettere insieme una band con alcuni ragazzi, che poi sono diventati carissimi amici, ma mi vergognavo di cantare. Però, sapevo che Ricardo (Fischmann) era appena arrivato a Barcellona, perché abitavo con sua cugina, e cantava molto bene. Così, l’ho chiamato per cantare sui miei brani durante le sessioni alla scuola per tecnici del suono. Intanto, lui sapeva che Ramiro e Dudu (Ramiro Levy ed Eduardo Stein Dechtiar) erano arrivati in Europa e si guadagnavano da vivere nei ristoranti del sud del Portogallo: Ramiro faceva il giardiniere e Dudu vendeva i gelati a bordo piscina. Ci conoscevamo già tutti di vista, perché in Brasile frequentavamo la stessa scuola, anche se io sono di un anno più grande di loro. Ricardo mi ha convinto a chiamarli, così sono anche Ramiro e Dudu sono venuti a Barcellona e abbiamo iniziato a suonare insieme.
All’inizio il gruppo non rendeva molto, ma poi abbiamo provato a fare i Beatles e abbiamo trovato la formula giusta per noi. Nel frattempo, io avevo un amico che suonava a Parco Güell e guadagnava abbastanza bene, perciò mi è venuto in mente che potevamo farlo anche noi. Così sono nati i Selton: Ricardo, Ramiro, Eduardo e Daniel.

La classe socio-economica nella quale sono cresciuto in Brasile è molto esterofila, l’Europa viene idealizzata e immaginata come un posto magico, anche perché ha una densità culturale e storica che il nostro Paese non ha, o meglio, ne ha un’altra completamente diversa. Il fatto di vedere le opere dei grandi artisti sui libri e studiare storia dell’arte da lontano non ha molto senso, perciò moltissimi brasiliani aspirano a visitare l’Europa. Senza contare che anche in Brasile ci si lamenta sempre: “Qui non funziona niente, è uno schifo, è tutto un caos…”, proprio come succede in Italia.

L’idea di andare all’estero mi gasava perché volevo scoprire il mondo e contemporaneamente volevo scoprire anche me stesso. La mia idea era quella di fare una sorta di Erasmus, anche se non lo era davvero. Sono partito con l’idea di tornare, ma tutti i miei amici mi dicevano: “Non tornerai mai”. Ora sono passati nove anni…

Da casa mi sono portato la mia chitarra (allora non suonavo ancora la batteria), ma poi l’ho riportata in Brasile. Io sono molto legato a piccoli oggetti che rappresentano la mia stabilità. I ragazzi dicono che io ho sempre con me un objeto transicional, qualcosa che funziona un po’ come la coperta di Linus. In questo caso è il mio zaino, che praticamente non mollo mai. Mi serve qualcosa che mi dia una sensazione di sicurezza, anche se è una sicurezza simbolica, perché faccio una vita molto nomade.

La prima idea sull’Italia me l’ero fatta quando studiavo pubblicità, grazie a un libro di Oliviero Toscani che definiva la pubblicità come “un cadavere che ti sorride”. Quel libro mi aveva molto colpito e avevo scoperto che Toscani aveva fondato una scuola per creativi a Treviso, Fabrica, così mi ero costruito tutta una fantasia su quanto sarebbe stato figo studiare lì. La prima città che volevo conoscere una volta arrivato in Italia era proprio Treviso, assurdo.

Poi sono arrivato a Milano con i Selton. Lo studio dove lavoravamo era oltre zona Maciachini, verso piazza Dergano, piena periferia e anche un po’ triste. E io mi chiedevo: “Ma Milano non è la città della moda?”… Dal profondo di via Imbonati mi sembrava difficile immaginare il mondo del fashion e del design di cui avevo tanto sentito parlare. L’inizio è stato un po’ deludente: siamo arrivati con il freddo, c’era tanta nebbia e il cielo era grigio.

Per vivere bene a Milano devi conoscere gente, devi essere inserito. Noi praticamente vivevamo sulla 90 (il filobus che percorre tutta la circonvallazione esterna di Milano), perché ogni giorno dovevamo attraversare la città, andata e ritorno. Non era il massimo. Per scoprire la Milano che viviamo oggi, ci è voluto un po’.

Però, siamo stati fortunati: non abbiamo dovuto cercare lavoro, è stato il lavoro a cercare noi. Non parlavamo italiano e la domenica pomeriggio eravamo a Quelli che il calcio a proporre la nostra versione del repertorio di Cochi e Renato ed Enzo Jannacci. Per mesi abbiamo pensato di essere dentro un reality show e che ci stessero prendendo in giro. Mi ricordo che una sera abbiamo trovato in studio una copia di “1984” di Orwell e abbiamo pensato che fosse la prova di quanto stavamo sospettando. Era tutto così surreale… Prima suonavamo per strada, non avevamo pretese. Quando uscivamo dagli studi Rai e vedevamo le persone in fila a chiederci autografi, non ci potevamo credere, ci guardavamo fra noi e non riuscivamo a darci una spiegazione coerente di quanto ci stava capitando.

Una volta eravamo sulla 90, pressati come sardine, e ci ha chiamato un giornalista di Repubblica per farci un’intervista. Non riuscivamo nemmeno a sentire che cosa ci chiedeva! E intanto pensavamo che tra lo stereotipo dell’artista famoso e la realtà che stavamo vivendo c’era uno scarto enorme. Le rockstar prendono la 90?! Però era tutto molto divertente, sembrava di vivere in un film ed eravamo poco consapevoli di quello che stavamo vivendo.

Nel corso della mia vita ho incontrato delle persone che mi hanno ispirato o mi hanno aperto delle porte. In Brasile a diciassette anni lavorano con un art director che mi sembrava… wow! Poi sono cresciuto e ho smesso di vedere le persone in quel modo, l’ammirazione si è trasformata in stima. A Barcellona avevo un amico che era anche un grande percussionista: era una grande fonte di ispirazione, soprattutto nello studio della musica.
All’arrivo in Italia è stata importante la figura di Gaetano Cappa, il nostro produttore, che ci ha insegnato tanto e ci ha aperto un mondo, anche se abbiamo avuto dei contrasti. Poi lo stesso effetto ce lo ha fatto Tommaso Colliva (fonico e produttore), con il quale abbiamo lavorato per i nostri dischi successivi, perché faceva tante cose con grande passione ed entusiasmo. Lo ammiro ancora oggi, che siamo diventati amici.

Siamo arrivati in Italia nel 2009, nel pieno della crisi, ma in quel momento non ci siamo accorti che la situazione era così grave, perché ci sembrava di vivere in un film e non ci rendevamo conto di come fosse la vita reale. Ci siamo accorti delle grandi difficoltà che stava attraversando il paese con due anni di ritardo. Oggi mi sembra che le opportunità siano sempre meno, soprattutto per i giovani. La gente pretende sempre di più dagli altri, ma è disposta a dare di meno. Devi lavorare di più per guadagnare come prima, se va bene.

Oltre a fare il musicista, lavoro anche per un’agenzia che si occupa di crowdfunding per progetti musicali. Io mi sento fortunato, anche se ho una situazione ancora precaria. Sicuramente il campo della comunicazione e dei lavori creativi è messo molto male. In generale è come se ci fosse una sorta di chiusura. È un’Italia meno allegra.

Mi ritengo fortunato anche perché non sono emigrato per necessità, ma per scelta, per scoprire un altro mondo e trovare la mia strada. Sono contento di come sono andate le cose. Mi sono sbattuto un sacco, ma sono stato fortunato.

Invece, la maggior parte dei brasiliani emigrati vengono da una situazione socio-economica più sfavorevole e difficile. Devo dire che ho poche interazioni con la comunità brasiliana in Italia, probabilmente perché non mi è mai piaciuta l’idea di fare ghetto, anche se in questi anni abbiamo costruiti dei rapporti importanti. Abbiamo una grande amica, Monica Paes, che ha una trasmissione su Radio Popolare e rappresenta un punto di riferimento per la comunità brasiliana a Milano: è una persona meravigliosa, la nostra mamma adottiva. Per molto tempo ho frequentato l’Ibrit, l’Istituto Brasile-Italia di Milano, dove ho anche tenuto un corso di percussioni. Poi c’è un altro grande amico, Gilson Silveira, percussionista e insegnante molto bravo che vive a Torino. E ancora la scuola di musica Mitoca Samba, qui a Milano.
Nelle ultime settimane ho scoperto un ottimo food delivery di cucina brasiliana: ogni mattina mi arriva un sms con il menu, io posso ordinare per telefono, parlando direttamente con la signora che prepara i piatti, una specie di nonna, e poi il ragazzo mi porta a casa quello che ho scelto.

La nostra salvezza dalla cucina cinese!

Claudia Galal
Informazioni su

Metà italiana e metà egiziana, nasce a Urbino nel 1981 e cresce nel posto più tranquillo del mondo, l'entroterra marchigiano. Nel 2000 si trasferisce a Bologna, dove si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi socio-semiotica sulla street art. Alla fine del percorso di studi si sposta a Milano e comincia a lavorare nel campo dell'editoria e della comunicazione. Giornalista musicale, frequentatrice assidua di concerti, appassionata di arte contemporanea, subculture giovanili e semiotica, scrive per diverse testate cartacee e online. Il suo blog è thegreatmixtape (music and more to take with you)

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