Da Batangas a San Donato alla guida della comunità filippina

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Marife
Cognome
Aceveda
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Il mio vero nome è Marife Mundin Aceveda (Aceveda è il cognome di mio marito), ma tutti mi chiamano Mhyr. Attualmente sono la Presidentessa della comunità filippina di San Donato e San Giuliano (MI), che comprende circa 800 persone, e credo che molti apprezzino il mio lavoro perché mi occupo molto delle giovani generazioni. Aiutiamo i ragazzi a organizzare il loro tempo extrascolastico, cerchiamo di insegnare loro l’importanza di assumersi delle responsabilità e di aiutare la propria comunità di appartenenza.

Ho 42 anni e sono nata nelle Filippine il 28 dicembre 1972, a Batangas, una grande città a quarantacinque minuti di strada da Manila. Nella mia vita precedente, quella filippina, ho lavorato per una grossa compagnia americana di import-export. A un certo punto ho deciso di spostarmi e di cambiare vita. Infatti, la mia vita italiana è completamente diversa: adesso lavoro presso una famiglia come domestica e sono serena, che è la cosa più importante per me. I cambiamenti sono spesso improvvisi e veloci.
Dopo nemmeno due mesi dalla laurea, l’università mi mandò un’offerta di impiego da parte di una compagnia americana e cominciai subito a lavorare per loro. Ero giovanissima. Allora il mondo del lavoro era totalmente diverso, era tutto più semplice, e trovare un impiego per una ragazza laureata era molto facile. Visto che avevo concluso il mio percorso di studi a pieni voti, la compagnia americana aveva trovato il mio nome fra quelli segnalati dall’università. Erano proprio altri tempi! Sono cresciuta in una famiglia con cinque figli, ma per la media delle Filippine di allora è un numero normale, persino basso.

Io sono la più giovane, ho un fratello e altre tre sorelle. Mia madre era insegnante, mentre mio padre lavorava come cuoco in un ristorante in Arabia Saudita, infatti non lo vedevamo molto spesso e tornava a casa soltanto per le festività più importanti. Mi mancava tantissimo. Quando ho lasciato le Filippine ho portato con me la prima lettera che mio padre mi aveva scritto quando si era trasferito in Arabia Saudita. Mi emoziono ancora a parlarne, perché ero molto legata a lui. Ero la figlia più piccola, the daddy’s girl, perciò quella lettera ha per me un significato molto particolare e ho voluto conservarla sempre con me. A quei tempi non esistevano internet, Skype, le e-mail e Facebook, potevamo restare in contatto solo attraverso le lettere tradizionali e molto raramente per telefono, perché era troppo costoso. Per fortuna, oggi la tecnologia ci aiuta e restare in contatto è facile, anche se le distanze da coprire sono ampie.

Riprendiamo il filo della mia storia. Ho conosciuto quello che poi è diventato mio marito perché lavoravamo nella stessa compagnia, una multinazionale con oltre diecimila dipendenti. Per un periodo lui era stato ad Haiti, ma al suo rientro ci siamo incontrati e fidanzati. Insieme abbiamo deciso di spostarci, nonostante avessimo entrambi un buon lavoro, perché comunque l’economia generale del nostro paese stava vivendo un periodo di grave crisi. Io ero molto soddisfatta della posizione che ricoprivo in quel momento all’interno della compagnia, ma il mio salario era comunque basso e non mi avrebbe consentito di costruire una famiglia e mantenerla senza problemi.

Così, siamo venuti in Italia tredici anni fa, quando io ne avevo 29. Ho scelto di ripartire dall’Italia perché le mie sorelle e mio fratello si trovavano già in questo paese. Anche loro erano venuti per cercare lavoro, si erano trovati bene e avevano deciso di rimanere. Ricongiungermi con questa parte della mia famiglia mi sembrava la cosa più giusta e naturale, la loro presenza mi trasmetteva sicurezza. Loro mi raccontavano che stavano bene in Italia… Ma era prima della crisi, adesso forse prenderei decisioni diverse. Naturalmente ero triste all’idea di lasciare le Filippine. Sapevo che mi sarebbero mancati i miei genitori, i miei parenti, i miei amici e persino i miei colleghi, ma allo stesso tempo ero emozionata perché non sapevo a che cosa sarei andata incontro, quale nuova vita mi stava aspettando. Prima di arrivare qua, non sapevo molto dell’Italia. Conoscevo la pasta e il Vaticano, perché in Filippine siamo molto religiosi e quindi sappiamo bene dove si trova il Papa. In realtà, dalle Filippine sono arrivata prima ad Amsterdam, dove sono rimasta circa tre settimane. Era stata la compagnia per la quale lavoravo a chiedermi di fare tappa nella capitale olandese per un’importante conferenza di lavoro. Poiché stavo terminando il mio periodo lavorativo presso quella società e i miei superiori sapevano che avevo un visto di tre mesi per l’Europa, mi hanno proposto di partecipare a questo evento per loro conto.

Da Amsterdam sono venuta in Italia con il mio fidanzato, riunendomi finalmente con mio fratello e le mie sorelle. In poco tempo abbiamo deciso di rimanere in Italia e di sposarci, perciò abbiamo dovuto organizzare due cerimonie: una a Milano, con pochissime persone, e una a Batangas, con oltre mille invitati. D’altronde, i miei genitori insieme avevano più di venti fratelli!

L’impatto con l’Italia, e soprattutto con gli italiani, è stato molto positivo. Ho trovato delle persone molto gentili, che si sono comportate sempre correttamente e con educazione nei miei confronti. Per lavoro ero abituata a confrontarmi spesso con americani, ma le relazioni con loro erano completamente diverse, molto più fredde. Inoltre, anche in Italia la religione è molto importante e questo aspetto mi ha fatto sentire a casa, perché anche nelle Filippine c’è la stessa devozione. Non ho mai avuto problemi per il fatto di essere straniera, non ho mai subito discriminazioni di alcun tipo e i miei datori di lavoro mi trattano come se fossi una di famiglia. Sono molto contenta di quello che faccio, perché mi sento ben voluta e trattata con affetto.

Mio marito fa il barman, lavora in un bar di Peschiera Borromeo, non troppo distante da casa nostra. Abbiamo due figli: uno di tredici anni e uno di undici. Il primo lo abbiamo avuto poco dopo il nostro arrivo in Italia, perché il ginecologo mi aveva consigliato di avere subito dei bambini per sistemare alcuni problemi di salute che avevo avuto. I figli sono un dono davvero! Adesso frequentano entrambi le scuole medie. In classe con il più grande c’è una ragazzina filippina, gli altri compagni sono tutti italiani, mentre con il più piccolo ci sono due filippini e poi tutti italiani. Sono felice perché si trovano bene e questo è molto importante. Spero di essere un punto di riferimento per i miei figli, così come i miei genitori sono stati sempre una fonte di ispirazione per me, perché ho visto come hanno lavorato duramente per tutta la vita per non farci mancare nulla e consentire a tutti e cinque di completare gli studi universitari. Permettersi di mandare cinque ragazzi all’università non deve essere stato semplice e loro ce l’hanno fatta con tanti sacrifici. Ora mio padre è morto e mia madre vive nelle Filippine, perciò ci vediamo soltanto una volta all’anno per passare insieme il Natale. Quando mio padre è mancato e lei è rimasta sola, mia mamma aveva deciso di venire in Italia per stare con i suoi figli, ma poi due anni fa ha deciso di ritornare a casa sua per trascorrere la vecchiaia nel suo paese. Può prendersi cura della casa e del giardino, si sente più serena. Quando sono arrivata qui, l’Italia era un paese molto diverso, innanzitutto trovare lavoro era molto facile. Adesso invece è troppo difficile, senza contare che persino chi ce l’ha può ritrovarsi disoccupato da un momento all’altro. E anche il clima mi sembra diverso, ogni anno fa più caldo… I miei figli a volte si chiedono: “Ma dov’è finito l’inverno?”

Penso che in futuro mio marito e io torneremo nelle Filippine, perché quello è il nostro paese d’origine, dove siamo nati, e sentiamo ancora un legame profondo. Per adesso questo è il nostro progetto, ma nella vita non si sa mai. Sicuramente aspetteremo che i nostri figli avranno terminato le scuole superiori, poi potranno decidere se tornare con noi o restare in Italia. Mio marito e io vorremmo provare a creare una nostra impresa nelle Filippine, così potremmo lasciarla ai nostri ragazzi, se vorranno. Tuttavia, credo che loro decideranno di rimanere in Italia, perché sono nati e cresciuti qua. Entrambi capiscono la nostra lingua, ma non amano parlarla, preferiscono comunicare in italiano o in inglese. Soltanto in casa qualche volta parlano in filippino.
E nemmeno il cibo delle Filippine corrisponde ai loro gusti, preferiscono la pizza. Probabilmente non vogliono essere troppo diversi dai loro amici e dai loro compagni di classe.
È difficile essere in bilico tra due culture. Per adesso non hanno ancora la cittadinanza italiana, ma abbiamo iniziato l’iter burocratico e speriamo di arrivare presto a una conclusione. Magari faranno presto una nuova legge sulla cittadinanza.

Claudia Galal
Informazioni su

Metà italiana e metà egiziana, nasce a Urbino nel 1981 e cresce nel posto più tranquillo del mondo, l'entroterra marchigiano. Nel 2000 si trasferisce a Bologna, dove si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi socio-semiotica sulla street art. Alla fine del percorso di studi si sposta a Milano e comincia a lavorare nel campo dell'editoria e della comunicazione. Giornalista musicale, frequentatrice assidua di concerti, appassionata di arte contemporanea, subculture giovanili e semiotica, scrive per diverse testate cartacee e online. Il suo blog è thegreatmixtape (music and more to take with you)

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