Buddhista e milanese, tutto è possibile

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Greta
Cognome
Liynnwela
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Gli esseri umani hanno rovinato il mondo e si lamentano sempre, eppure ogni problema ha la sua risposta. Tuttavia, non sempre siamo capaci di accettare le risposte negative. Persino chi si macchia di un grave crimine, invece di assumersi la responsabilità della sua azione, preferisce pagare un avvocato per evitare la prigione, anche se sa di essere colpevole. Ma l’unica cosa che non puoi cancellare è la tua coscienza. Io sono a posto con la mia coscienza.

Mi chiamo Greta Juliet Liynnwela e sono nata nel 1948 in Sri Lanka, in un paesaggio bellissimo. Studiavo in una buona scuola femminile nella capitale, ma quando è mancato mio padre ho dovuto cercare un impiego. La migliore amica di mia sorella lavorava come segreteria del principale per una grande azienda italiana che stava costruendo la raffineria di petrolio nel mio paese e io le dissi di chiedere a qualcuno dei dirigenti se poteva aiutarmi ad andare in Italia, dove avrei potuto lavorare come baby-sitter per la sua famiglia. Allora avevo vent’anni e avevo il pallino di uscire dal mio paese, perché mi sembrava di essere una rana dentro un pozzo, volevo vedere il mondo, viaggiare, conoscere posti nuovi e studiare. E, infatti, la nostra amica parlò con il suo capo e mi aiutò a trovare lavoro in Italia presso la famiglia di un ingegnere.

Io non conoscevo il valore della moneta italiana. Questo ingegnere mi disse che mi avrebbe pagato il biglietto per l’Italia e mi avrebbe dato un contributo mensile per permettermi di studiare, in cambio del mio lavoro come baby-sitter e del mio aiuto in casa. Lui e sua moglie avevano già un bambino ed erano in attesa del secondo.

Invece, arrivata a Milano, le mie aspettative furono tradite. Mi pagavano trentamila lire e con quelle dovevo fare tutto. Non potevo uscire, non potevo studiare, non potevo comprare dei vestiti e delle scarpe pesanti per difendermi dal freddo, perché dal mio paese mi ero portata soltanto indumenti estivi, lì non esiste l’inverno. Arrivai in Italia nell’agosto del 1970 e il mio primo inverno fu orribile. Insomma, ero caduta dalla padella alla brace. Dovevo trovare una soluzione: o cambiavo lavoro o tornavo in Sri Lanka. Però, i bambini mi volevano tanto bene, anche se all’inizio non riuscivamo a parlare perché non conoscevo l’italiano.

Per fortuna avevo conosciuto una signora egiziana, anche lei sottopagata, che stava cercando lavoro. Fu lei ad aiutarmi, consigliandomi di andare a lavorare per un’altra famiglia che mi avrebbe pagato meglio, almeno centotrenta mila lire. Detto sinceramente, quando sono arrivata non ero molto brava nel lavoro, perché ero appena uscita dalla scuola e non avevo esperienza, ma fu proprio questa cara amica egiziana a insegnarmi tutto. Le sarò sempre grata, anche ora che non è più in vita.

Così cambiai lavoro, andai a lavorare per una coppia di medici che abitava in Porta Romana a Milano. Sono rimasta lì circa tre anni, finché i due bambini erano piccoli. Anche loro mi volevano molto bene, preferivano stare con me piuttosto che con la nonna, che era di mentalità un po’ antica.

Allora io ero già promessa sposo a un ragazzo del mio paese, perciò chiesi a questo dottore se poteva aiutarmi a farlo venire in Italia. Con i miei risparmi gli comprai il biglietto e mi raggiunse, ma qui in Italia non riusciva a trovare lavoro. Fu un periodo difficile, ma io non mi scoraggiai mai. Trovai un appartamentino in una vecchia casa di ringhiera in via Muratori, sempre in Porta Romana.

Io lavoravo come collaboratrice familiare e il mio promesso sposo studiava per diventare manager alberghiero. Allora a Milano c’erano pochissimi srilankesi, solo dopo qualche tempo ho conosciuto qualche amico. Organizzavamo cene per stare insieme e condividere i piatti della nostra tradizione. In quegli anni era difficilissimo trovare le spezie e altri cibi per la nostra cucina.

Nel 1976 ci sposammo nel Comune di Milano, a Palazzo Marino, con il sindaco Carlo Tognoli. C’era qualche amico, i testimoni e una mia parente. Non potevamo fare una festa, non ce lo potevamo permettere, ma ero contenta così. Non ho mai avuto il rimpianto di un grande matrimonio, ho sempre creduto che questo fosse il mio destino.

Intanto lavoravo per una famiglia in Piazza De Angeli, stavolta era davvero una signora d’oro. Una contessa, ma non sembrava, mi trattava come un’amica, mi pagava molto bene e si fidava ciecamente di me. Nel 1980 rimasi incinta e temevo di perdere il lavoro. Volevo essere sincera mi confidai subito: “Signora, aspetto un bambino”. Lei mi abbracciò, si mise a saltare e urlare dalla gioia, telefonò a tutti i suoi amici: “La mia ragazza è incinta!”.

Il mio primogenito è stato fortunato, la signora ci permise di lasciare l’appartamento minuscolo in Porta Romana, perché suo marito mi diede una casa in via Fabio Filzi. C’erano tante stanze libere, così proposi alla signora di tenere sua madre e prendermi cura di lei, che era anziana. Intanto mio marito lavorava nello studio fotografico di Oliviero Toscano e si trovava bene. Le foto del mio matrimonio sono state scattate proprio nella sua casa sul Naviglio!

Dopo qualche tempo trovammo un lavoro nella portineria di un palazzo. La mattina ci stava mio marito, mentre io guardavo i bambini della signora, e poi nel pomeriggio lo sostituivo. Alla fine fui costretta a lasciare il lavoro dalla signora per occuparmi a tempo pieno della portineria e fu un grande dispiacere per tutti.

Dopo aver cambiato diverse portinerie, alla fine sono arrivata in questo palazzo ventiquattro anni fa. Mi trovo bene perché è un posto tranquillo, ci sono soltanto uffici di prestigio.

Ma prima ci fu una parentesi, il nostro ritorno in Sri Lanka. Nel 1986 mio cognato era diventato Ministro del Turismo in Sri Lanka, così mio marito e io pensavamo di poter tornare nel nostro paese per avviare una piccola impresa in quel settore. Intanto era nato anche il mio secondo figlio, Sumila. Cercai un terreno e feci costruire la mia casa. Però, in Sri Lanka le cose non andavano come avevamo immaginato e io decisi di tornare in Italia con i miei due bambini, i miei tesori.
Adesso la mia casa è diventata un tempio, se ne prende cura mio cugino che è diventato monaco, ne sono felice.

Anche a Milano abbiamo costruito un tempio per mantenere viva la nostra cultura. I nostri figli nascono qua e crescono con idee europee, con troppa libertà, sono in bilico tra due mondi molto diversi.

Negli anni Ottanta e Novanta non avevamo un tempio per celebrare le nostre festività e le nostre funzioni. Quando moriva un nostro compaesano, dovevamo chiamare un monaco buddista dall’Inghilterra, non ce n’erano più vicini. Proprio a questo monaco ho chiesto un aiuto per costruire un tempio anche qui a Milano e lui è stato subito entusiasta, perché la comunità srilankese contava già qualche centinaia di persone. L’Associazione Arcobaleno di Porta Genova ci ha supportato per tanto tempo, offrendoci una stanza per radunarci e svolgere le nostre attività. A quell’epoca avevamo anche noi un’associazione, si chiamava Amici dello Sri Lanka.

Nel 1994 abbiamo deciso di affittare un posto e abbiamo raccolto dei soldi: la prima offerta è stata la mia! Abbiamo trovato un capannone industriale in via Pienza, in zona Chiesa Rossa, un posto tranquillo, e lo abbiamo trasformato in un tempio bellissimo. Poi abbiamo deciso di comprarlo e abbiamo fatto un’offerta al proprietario, che però aveva sparato un prezzo troppo alto. Di fianco c’era un capannone uguale, abbandonato, e abbiamo cercato il proprietario per acquistarlo grazie al signor Giorgio, il rottamaio che c’era lì di fianco. Il prezzo era alto anche in questo caso e non sapevamo dove trovare tutti questi soldi. Ognuno di noi è andato in banca a chiedere un prestito, ma nessuna banca l’ha concesso, perché eravamo un’associazione senza scopo di lucro, senza entrate, senza alcun tipo di garanzia. Io sono andata a parlare con la direttrice della mia banca e ho chiesto anch’io un prestito, impegnandomi a garantire personalmente la copertura. Alla fine sono riuscita a fare un mutuo, anche se non per l’intera somma necessaria all’acquisto del tempio.

Il resto lo abbiamo raccolto all’interno della nostra associazione. Il 29 agosto 2002 abbiamo fatto il compromesso per l’atto di vendita con il proprietario, anche se abbiamo avuto qualche problema organizzativo. Quel giorno mancavano quindicimila euro e rischiavamo di perdere tutto, ma non mi sono fatta spaventare e non sono scesa a compromessi, sono tornata in banca e ho firmato un assegno per quella cifra. Era troppo importante, mi sono sentita di offrire quel denaro.

Finalmente abbiamo preso possesso nel capannone e lo abbiamo trasformato in un tempio bellissimo, il più grande d’Europa. Il tempio è un luogo di culto, ma anche un punto di riferimento e di socializzazione, a volte funziona anche come uno sportello amico. Io sono molto contenta di dare il mio contributo, sono sempre presente e cerco di aiutare gli altri.

In questi anni ho aiutato tante persone e alcune magari non mi guardano nemmeno in faccia. A me non importa, io sono contenta e orgogliosa di me stessa, faccio quello che mi sento. Ogni giorno mi alzo e dimostro la mia gratitudine davanti alla statua di Buddha che portai dallo Sri Lanka.
Mi sento una persona normale, cerco di vivere onestamente. La vita è una cosa bellissima e deve essere rispettata.

Sono arrivata in Italia negli anni Settanta, negli anni di piombo, ma all’epoca non mi rendevo conto della pesantezza della situazione. Sapevo degli scioperi e delle manifestazioni, sentivo le notizie degli attentati, ma per me Milano era bellissima, pulitissima, ordinata. Oggi questa città è cambiata tantissimo – è il mio quarantaquattresimo anno qui – ma io amo Milano e non sarei capace di vivere in un’altra città.

Allo stesso tempo il mio rapporto con la comunità srilankese qui è molto stretto, io sono coinvolta da vicino in tante associazioni, perché ci tengo a mantenere viva la nostra cultura.

Sono contenta anche di far vedere agli italiani le nostre radici, il nostro cibo, la nostra cultura millenaria. È vero che siamo una comunità chiusa e tendiamo a restare fra di noi, ma solo perché molti della prima generazione non riescono ancora a capire bene la lingua. Invece, la seconda generazione è diversa, va avanti e si integra.Se fossi rimasta in Sri Lanka forse sarei entrata in politica come mia sorella, considerato il mio carattere sarei stata brava a portare avanti le mie battaglie.

Ora però sono cittadina italiana e ho intenzione di restare qua in Italia.

Claudia Galal
Informazioni su

Metà italiana e metà egiziana, nasce a Urbino nel 1981 e cresce nel posto più tranquillo del mondo, l'entroterra marchigiano. Nel 2000 si trasferisce a Bologna, dove si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi socio-semiotica sulla street art. Alla fine del percorso di studi si sposta a Milano e comincia a lavorare nel campo dell'editoria e della comunicazione. Giornalista musicale, frequentatrice assidua di concerti, appassionata di arte contemporanea, subculture giovanili e semiotica, scrive per diverse testate cartacee e online. Il suo blog è thegreatmixtape (music and more to take with you)

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