Tutte le onde che mi hanno portato in Italia

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Mahamad
Cognome
Tounkara
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Sono cresciuto in una famiglia di contadini, in Africa,nel Mali con 5 fratelli e sorelle. Non sono mai andato a scuola. Ho iniziato molto presto a lavorare, fin dall’infanzia. Allevavo animali, un lavoro normale nel mio paese ma non bastava per una famiglia così numerosa. Avevamo bisogno di denaro, per cui nel 2009 sono partito: destinazione Libia.

E’ stato un viaggio di 15 giorni. Eravamo 20 ragazzi stipati su una gigantesca jeep Toyota. Cinque giorni per arrivare in Algeria ed 10 per arrivare a Tripoli
.

All’inizio andò tutto bene. Dopo 7 giorni dal mio arrivo trovai lavoro come giardiniere. Guadagnavo, riuscivo a mandare i soldi a casa, vivevo abbastanza bene. Non pensavo di andarmene dalla Libia. Ma accadde qualcosa di inimmaginabile: la guerra civile e la vita per me e per migliaia di persone divenne un dramma. Sono fortunato di essere ancora vivo.

Vivere in una città dove la gente spara a casaccio in pieno giorno alla luce del sole, dove cadono le bombe dal cielo, dove si vedono i corpi morti per strada, era diventato troppo pericoloso. Tripoli non era più il posto migliore per pianificare un futuro. Tutti avevano paura sia del vicino, come dello straniero. Anch’io avevo paura. Ho passato due mesi bloccato in casa. Mi resi conto che non avrei resisitito a lungo: dovevo andarmene. Ma non era facile. La logistica degli spostamenti era direttamente legata a quella della sicurezza. Prendere la strada sbagliata poteva significare non tornare più indietro vivo. E poi le strade per andare in Marocco e in Tunisia erano state bloccate. Il governo del Gambia aveva mandato degli aerei per recuperare i suoi cittadini. Avrei potuto salire su quell’aereo ma poi, per arrivare a Mali, dovevo attraversare il Senegal. Era un viaggio lungo e pericoloso. Non me la sentivo.

Un giorno il mio capo mi informò della possibilità di andare in Italia, paese di cui sapevo pochissimo. «Mahamed, c’è un barcone che ti potrebbe portare in Italia. Vuoi andare?».

Non ci pensai più di tanto. Nel giro di poche ore mi trovai su una piccola nave, un barca più grande ora so che qui la chiamano barcone.

Nessuno mi chiese dei soldi. Non so se le altre persone presenti sulla barca, circa 800, abbiano pagato qualcosa. Era il 17 aprile 2011. Partimmo alle 6 del mattino. Avevo con me solo una borsa con dentro un pantalone e una maglietta. Non avevo soldi né documenti. Siamo arrivati a Lampedusa due giorni dopo. Chi conduceva il barcone non non conosceva bene la rotta. Ha fatto un percorso più lungo del previsto. Andavamo a zig zag. Mi ricordo che nella traversata una donna ha anche partorito. Nel tragitto nessuno ci diceva niente, c’era un silenzio mortale, solo il rumore delle onde. Aspettavamo in silenzio di arrivare a destinazione.

Giunti al porto di Lampedusa siamo stati soccorsi dalla polizia. Poi ci hanno portato subito a Bari, in un centro accoglienza dove sono rimasto per 15 giorni. Non era un bel posto. Trascorsi due settimane senza fare nulla dalla mattina alla sera. La sensazione che provavo era quella di non essere padrone del mio destino. Sapevo a malapena dove mi trovavo e nessuno era in grado di dirmi quanto ci sarei rimasto. Poi mi hanno portato a Milano in un centro accoglienza in via Saponaro con altre 20 persone, alcune delle Costa d’Avorio, altri erano egiziani e marocchini. Abbiamo viaggiato in pullman, finalmente un mezzo di trasporto comodo. Ero libero di uscire e di spostarmi. Dopo due mesi fui mandato presso Arca Onlus , una fondazione che soccorre senza discriminazioni ogni persona bisognosa e la aiuta a riscattarsi.

Mi hanno trovato un posto dove vivere con altre sei persone. Successivamente mi hanno spostato in zona chiaravalle, sempre a Milano. Poi la svolta: inizio a lavorare con Progetto Arca. Faccio le pulizie di un loro dormitorio.Mi alzo alle 6; inizio a lavorare alle 8.30 al dormitorio dell’Arca in via Aldini; quando posso studio la lingua italiana così parlo con l mio migliore amico che è italiano. A Milano mi trovo bene.

Se penso ai viaggi e alle situazioni pericolose in cui mi sono trovato e i rischi che ho corso, devo dire che mi considero fortunato
.Ovunque sono stato c’è sempre stato qualcuno che si è occupato di me. Grazie ad Arca ho dei documenti, ho un lavoro che mi perette di vivere e di mandare anche soldi a casa.
La mia famiglie è felice per me. In futuro non posso immaginarmi che in questo paese. Devo ripagare la fiducia e l’aiuto che ho ricevuto.

Martino Pillitteri
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