Fare o non fare. Non c’è provare

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Christine
Cognome
Chua
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

L’imprenditore straniero dell’anno del moneygram 2014 award è… Christine Chua. Parole semplici, quelle che hanno annunciato la mia vittoria, ma soprattutto inaspettate. Quel 12 giugno è stato un giorno che non dimenticherò mai. Non solo per l’emozione e la soddisfazione, ma anche per aver incontrato tante imprenditrici-tori migranti che come me hanno partecipato alle selezioni del premio ed erano presenti al giorno della premiazione. Mentre ascoltavo le loro storie, mi sono detta: ma figurati se vinco, gli altri sono tosti.

Quel giorno ho conosciuto uomini e donne fantastiche che hanno raccontato la loro storia e i loro sacrifici con il sorriso. Queste esperienze cambiano la prospettiva che hai del presente e del futuro. Come possiamo lamentarci noi che abbiamo un lavoro e una famiglia?
Spesso mi chiedo come posso valorizzare la mia vittoria. So che la mia esperienza può essere uno stimolo o una motivazione per altri filippini o migranti. Sono anche consapevole che posso fare di più. Mia madre invece è molto sul pezzo. Lei ha tenuto in borsa l’articolo del Corriere della Sera che parlava della mia vittoria per un mese. L’ha poi postato su social e fa leggere il pezzo a tutti quelli che incontra.

Già, mia madre, se non fosse stato per lei non sarei mai venuta in Italia. In fondo, la mia storia, è quella di un ricongiungimento familiare. Nel 2000, dopo essermi laureata in Informatica mia mamma mi chiese se volevo venire in Italia. Avevo 18 anni. Lei era in Italia già da due. Non ci ho pensato più tanto. Dopo la laurea ho fatto fatica a trovare un lavoro serio. L’unico impiego che avevo trovato era una posizione in un fast food.

Il giorno della partenza avevo con me sono una valigia. Era partita da sola. Era la prima volta che prendevo l’aereo, ed anche la prima che lasciavo il paese. C’era una tempesta. Dall’aereo vedevo i lampi. Ad attenermi a Malpensa c’era mia madre. Era una mattina d’estate, e non ebbi neppure un minuto per rilassarmi. Il pomeriggio mia madre mi porta al lavoro con lei, vicino a San Siro.
Neppure il giorno dopo riesco a recuperare forze e lucidità. La mattina la spendo in Questura dove mi diedero un visto di un anno, mentre il pomeriggio siamo partite per Courmayeur con la famiglia per la quale mia madre lavorava. Ci siamo rimaste per un mese e mezzo.
Tanto per capirci: sono passata dai monsoni delle Filippine al clima spettacolare di Courmayeur. Cosa si può chiedere di più dalla vita?

Tornata a Milano trovai trovato subito lavoro. Il passaparola all’interno della comunità Filippina mi ha portato a lavorare presso una famiglia di Milano, in pieno centro. Casa enorme di due piani. Ma non fu una bella esperienza. Il lavoro successivo fu con un signore di 83 anni. Lo trovai sempre con il passaparola. Lui aveva difficoltà a camminare a causa di un piccolo incidente in casa. Mi sono affezionata molto a lui e alla sua famiglia. Grazie a lui ho imparato la lingua italiana. Divoravo i fumetti di topolino. Lavorando tutti i giorni, non avevo il tempo di andare a scuola. Dopo tre anni venne a mancare. Ho sofferto molto, avevo instaurato un rapporto splendido con lui.

In seguito, un mio connazionale mi aiutò trovare un impiego presso un’azienda che si occupava di illuminazione che produceva lampade e lampadari. Ho iniziato come operaia. Ero nel reparto assemblaggio.
Poi, un giorno, c’era bisogno di parlare al telefono in inglese con un cliente e mi chiesero di farlo. Quella performance improvvisata mi fece passare al ruolo di centralinista. In quell’azienda ho incominciato ad interessarmi di illuminazione. Passa il tempo e faccio passi avanti nella struttura. Vengo promossa all’ufficio acquisti per seguire clienti in Cina ed altri clienti stranieri.

Nel 2008, a 26 anni, mi sono rimessa in gioco. Avevo voglia di fare qualcosa di nuovo, senza rutine, anche se il lavoro che facevo mi piaceva veramente un sacco. Mi sono detta, se non lo faccio ora, non lo farò mai più. Trovai un impiego in un’azienda nel settore automobilistico. E’ stato difficile all’inizio perché non conoscevo il settore e la materia (non ho nemmeno la patente!), ma con l’aiuto dei miei capi e dei colleghi ho iniziato ad imparare il mestiere. Ho passato tre bellissimi anni in quell’azienda e ho imparato un sacco di cose, ma mi sentivo sempre di non appartenere in quel posto.

Nel fine 2010 ho aperto una partita Iva e mi sono messa in proprio. In altre parole: mi sono rimessa in gioco. Volevo aprire un’azienda General Service facendo leva sul network dei filippini a Milano e quella della mia famiglia, ma la cosa non è andata a buon fine.
La svolta avviene alla fine del 2011 quando, insieme al mio compagno e a un’ amica, abbiamo creato una nuova società, la Delta Contract,azienda attiva nella vendita di corpi illuminati in particolare per le navi da crociera. Ad oggi conta 5 dipendenti. La produzione avviene in Cina. Il lavoro è decollato. Io mi occupo dell’attività commerciale e della produzione.

Direi che sto dedicando gran parte della mia vita a questa attività. Alla mattina sono in contatto con i cinesi che sono avanti di 6 ore, e la sera con gli Usa in quanto il loro fuso è indietro di 6. Lavoro circa 10/12 ore al giorno. Il lavoro mi dà anche molta soddisfazione. So che non molti riescono a trovare il lavoro della loro vita, su questa mi sento molto fortunata perché l’ho trovato e mi dà anche la possibilità di vedere il mondo. Avere i nostri maggiori clienti all’ estero, mi permette di viaggiare molto. Viaggiare è anche la mia passione.

E’ questa avventura che mi ha anche fatto vincere il premio moneygram award 2014. Il mio compagno aveva sentito la pubblicità per radio e senza chiedermi alcun parere mi iscrisse al concorso. Era l’inizio di maggio di quest’anno. La settimana seguente mi contattarono e mi dissero che ero finalista. Il resto è storia.

Sono in debito con l’Italia che mi ha permesso di realizzare i miei obiettivi. Nelle Filippine è tutto più difficile. Iniziare a lavorare in un fast food, non alla Microsoft, è un’odissea di burocrazia e di documenti. Tuttavia qui non è tutto rose e fiori. In Italia non amo la politica. Ci sono troppi politici. Troppe teste che lavorano insieme e non combinano mai niente. Sulla giustizia amministrativa siamo messi male; è lenta e imparziale. Gli imprenditori vengono penalizzati per delle virgole o piccole mancanze.  Le tutele riguardano sono alcuni. Ci sono dei lavoratori che fanno causa ai loro datori di lavoro aggrappandosi a dei dettagli. Io suggerisco alle persone di aggrapparsi alla loro tenacia, voglia di fare e professionalità.

Io non ho mai avuto bisogno di sindacati e di protezioni. Ero motivata e determinata. Ho sempre pensato che se sei bravo e produttivo un’azienda non ti caccerà mai. Anzi, farà di tutto per tenerti. Spero che questa logica sia sposata e applicata dal sistema paese anche per i migranti volenterosi che lavorano e si sacrificano.

Martino Pillitteri
Informazioni su

Communications professional. Founder @migradormusuem #storytelling #marketing #diversitymanagement #creativewriting #Follow me @martinopoly

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2 comments on “Fare o non fare. Non c’è provare
  1. Roberta ha detto:

    un esempio da seguire. brava christine

  2. winstonmarino ha detto:

    Cara Christine sei grande, complimenti e Ti meriti questo successo.

    Winston

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