I miei ultimi 27 anni (quelli d’Italia e del resto del mondo)

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Soren
Cognome
Stirner
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

1985: la grande nevicata. L’Italia si scopre un paese scandinavo ed è sommersa da quasi 90 centimetri di neve. Bell’accoglienza per un bimbo tropicale di 5 anni che non arriva al metro.

1986: dopo un anno di scuola materna, inizio la carriera scolastica come tutti i bambini italiani, ovvero dalla prima elementare.
Per leggi di psichiatria, la mia lingua dominante passa dal tagalog (filippino) all’italiano nel giro di pochi mesi, tant’è che smetto di chiamare mio fratello più grande “kuya” (come da tradizione orientale) e mi rivolgo a lui in italiano chiamandolo semplicemente “fratello”.
Ci metto un anno a capire che la cosa era piuttosto ilare (es: Fratello mi passi il sale? Fratello dove hai messo il walkman? Fratello ti chiama la mamma!), per cui decido di adeguarmi e chiamarlo per nome. La mia filippinosità se ne va a gran falcate, mentre mi rendo lentamente conto di vivere nel Val d’Arno in Toscana, non più nei sobborghi di Manila. Nell’ingenuità dei miei 6 anni, carpisco l’evento dell’anno: Chernobyl.

1987: le elementari proseguono. Chernobyl spinge l’Italia al referendum sul nucleare. Invece della luna, io guardo il dito e m’innamoro dell’idea del referendum, ovvero la gente che tutta insieme decide a maggioranza una cosa, come a scuola quando ci chiedevano di decidere per alzata di mano.

1990: mondiali di calcio Italia ’90. La mascotte “Ciao” proprio non la digerisco, perché non riesco a disegnarla. Sempre in tema di calcio, diverso per diverso, decido di tifare Juventus in una Firenze tutta ovviamente per la Fiorentina. Ciò mi discrimina in classe più dell’essere extracomunitario.

1992: primo (di due) viaggio in patria, durata 2 mesi. Al mio ritorno viene eletto Scalfaro Presidente della Repubblica, cade l’ultimo governo Andreotti e tutta la prima repubblica, ma soprattutto viene introdotta la Bossi-Fini. Con difficoltà realizzo di vivere in una repubblica con presidenzialismo alla carlona sfondata dal lavoro degli extracomunitari come i miei, ma soprattutto capisco che non vi si piò proprio lasciare un momento da soli.

1994: mondiali USA ’94. L’idolo di famiglia (ed inconsapevolmente fidanzato con mia madre) Roby Baggio sbaglia il rigore della finalissima. Decido di trovarmi un nuovo idolo del pallone, magari conterraneo, ma i calciatori filippini scarseggiano (da sempre penultimi nel ranking FIFA da insieme al Kyrgyztan e l’Antanystan con scappellamento).
M’appassiono di motori, anche perché in quell’anno compio 14 anni. Convinco mio padre a regalarmi per la promozione al liceo una moto vera (mica uno scooterino qualunque) dato che ho chiuso le medie col voto più alto della scuola, non male per un filippino, ne parla mezza cittadina (l’altra metà parla di mio fratello bocciato come un italiano qualunque).
Nell’ottobre di quell’anno divento un centauro e lo rimarrò a vita. Nel novembre prendo la mia prima multa, causa “mancata esibizione di documenti”, robe che di oggi ti reimpatriano, ma erano altri tempi e i carabbbbbinieri neanche sapevano cosa fosse un permesso di soggiorno.

1995: gita liceale oltreconfine. Problemi burocratici? Nessuno. Ci sono direttive europee per cui i minori in possesso di un PSG possono circolare in comitive scolastiche nell’area Schengen (che qualcuno avverta Chaouki, son 20 anni che il problema è risolto).
Visito così Strasburgo, un momento che mi rimarrà nel cuore, un po’ per l’aria di democrazia che si respira a pieni polmoni nel Parlamento Europeo, un po’ per le birre alsaziane ed il gioco della bottiglia a mezzanotte in albergo con i compagni di liceo.

1996: altra gita, altra corsa: tappa in Spagna. Nessun problema burocratico. Tutti questi viaggi in giro per l’Europa mi fanno sentire sempre meno filippino, anche meno italiano e sempre più europeo.
A Siviglia ritrovo le origini cristiane esportate dagli spagnoli in filippine durante il colonialismo. Di ritorno nel Bel Paese che ospita lo stato Pontificio, decido di farmi agnostico. Schumacher passa alla Ferrari e decido di tifare Capirossi che passa alla Yamaha.

1997: altra gita, stavolta problemi seri. Destinazione Seattle, USA, mi serve il visto d’ingresso. Il consolato me lo nega. Diventa un precedente nazionale. Fortunatamente ci mettono una pezza i tipi per cui lavorano i miei come domestici (un rampollo del calzolaio degli dei) e lo sponsor dello scambio culturale d’oltreoceano (un certo Bill che produce finestre).
Questo m’insegna che le maglie della burocrazia sono molto larghe, e che un fax ben autografato muove più di 500 studenti di un liceo in rivolta. Da buono studente medio fiorentino, divento comunista in lotta contro l’imperialismo americano ed il capitalismo. Fortunatamente mi passa subito dopo il diploma. Da straniero minorenne non rischio più di tanto, ma gioco con i compagni alle rivolte di piazza, ai cortei studenteschi e agli stabili okkupati. Una scuola che a questa generazione manca proprio.

1998: maturo la decisione di chiedere l’esonero dal servizio di leva
(allora obbligatorio) per evidenti origini non italiane. In calce decido di rinunciare alla cittadinanza italiana al compimento del diciottesimo anno di età (la Ius Grillis). Questa scelta segnerà lo spartiacque della mia esistenza: la prima cosciente di essere extracomunitario, e la seconda cosciente di aver deciso di rimanerlo.

1999: il millennium bug colpisce il Governo D’Alema
e nasce il Governo di Centro-Destra-Sinistra che ancora oggi impera in Italia. Questo mi schifa così tanto che decido di non iscrivermi più a Scienze Politiche ma di buttarmi su cose più concrete come l’Ingegneria delle Telecomunicazioni. All’epoca Internet si comprava in scatole gialle da 30.000 lire. Feci 2 anni da fuorisede in quel di Bologna. Il mio essere lapalissianamente forestiero ai piedi delle Due Torri, mi valse il nomignolo di i’Tosco.

2004: interrompo gli studi che tanto non è più cosa, rientro nell’accademicissimo caso di straniero in patria con un PSG non rinnovabile (non studio, non lavoro, non sono a carico). In realtà lavoro in nero (niente contratto) e ancora studiacchio, ma la legge non ha sfumature.
Vivo la mia clandestinità con filosofia, quando mi fermano per i controlli confesso in toscano di essere un fuorilegge, ma nessuno mi prende sul serio; poi un patronato trova la quadra e mi appioppa un PSG per parentela entro il quarto grado di cittadino italiano (costo della pratica tra bolli, scartoffie, traduzioni, consolati, treni, McDonald in stazione etc più di 600euro).

2008: dopo più di 20 anni d’Italia, decido di emigrare in Francia
. Dopo due mesi nella Ville Lumière torno a Firenze: la Francia è meravigliosa, ma è piena di francesi che mi discriminano perché ho l’accento italiano. Decido di cercare nuovamente le mie origini e mi ritrovo da prima a Manila per un mese (secondo ed ultimo viaggio in patria) per poi trovarmi di nuovo in Francia, per sbaglio, per un altro mese.

2010: riassumo parte delle mie esperienze di immigrato in un libro non ancora pubblicato. La sintesi mi fa riflettere su tante cose, ma soprattutto mi fa chiedere se la macchina della burocrazia possa cominciare a guardare in faccia le varie situazioni.
Purtroppo il tempo per le pippe mentali scarseggia: c’è da lavorare. Nell’oblio della crisi globale, il mio essere filippino mi aiuta a trovare lavoro… come filippino. Sempre meglio che starsene a inviare curricula a destra e a manca o concepire startup improbabili.

2011: l’improbabile startup di mia concezione vince un concorso europeo, così vengo scelto come rappresentante italiano a ritirare gli allori in Francia. I Galli mi respingono in quel di Ventimiglia: è l’anno dei PSG temporanei per gli sbarcanti, la Francia chiude le frontiere ed il mio PSG è in fase di rinnovo.
Sapevo che: avrei dovuto rinnovare il PSG un po’ prima di vincere un concorso (sia mai che ti mandino all’estero), avrei dovuto pensarci due volte a non prendere la cittadinanza italiana (sia mai che ti mandino a rappresentare l’Italia), ma soprattutto avrei dovuto distruggere la Francia nelle tre precedenti occasioni.

2013: decido di spostarmi, stavolta in via definitiva, dalla Toscana al Friuli. La retorica vuole che i Friulani siano grezzi, chiusi, cinghiali e xenofobi. In realtà sono solo italiani, come i toscani. Ho lasciato la mia terra, la Toscana, la Chianina, il Chianti DOCG, un posto di lavoro a tempo indeterminato, la famiglia e tutto quanto per emigrare di nuovo.

E’ il tocco di romanticismo che mancava in questi 27 anni: al cuor non si comanda e non v’è motivo migliore per “emigrare se non l’amore che muove il sole e l’altre stelle“.

fonte yallaitalia

Redazione
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"Narrate, uomini, la vostra storia!" (A. Savinio).

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2 comments on “I miei ultimi 27 anni (quelli d’Italia e del resto del mondo)
  1. marina ha detto:

    Fortissimo! grazie

  2. Soren ha detto:

    Non c’è di che 🙂

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