Il mio cammino italo-albanese

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Viola
Cognome
Banaj
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Sono talmente abituata all’Italia e alla cultura italiana che faccio fatica a pensare di poter vivere altrove. Questo Paese è il mio punto cardine, riesco a trovare una mia stabilità soltanto qui, non importa se a Milano oppure altrove, basta che sia vivere in Italia e attraverso l’Italia. L’armonia che sento rispetto al resto del mondo parte sempre da qua.
Quando mi capita di viaggiare all’estero, mi coglie un senso di solitudine rispetto agli altri, anche se
sono in compagnia delle stesse persone che vedo tutti i giorni. Mi ricordo le gite alle
superiori con i miei compagni di classe, a Barcellona per esempio, mi fermavo a osservare incantata i luoghi storici, i palazzi, le sculture, le forme. Londra, invece, mi ha trasmesso carica.
Eppure, penso e ripenso a tutti i luoghi visitati, ma il mio baricentro rimane l’Italia. Che io sia a Milano, Merano, Bolzano, Verona o Trieste. Non riuscirei a sentirmi a casa in nessun altro Paese come mi sento qua.

Una volta, ricordo, ero con la mia migliore amica Martina a mangiare in una pizzeria a Cortona, cittadina dove lei viveva con la sua famiglia, e ci siamo accorte che a parte noi due, tutti gli altri clienti erano inglesi e tedeschi. Eravamo in silenzio con tante voci “sconosciute” in sottofondo e lei mi ha detto: “Vio, ma ti rendi conto che siamo le uniche due italiane qua in mezzo?”. E io: “Sì, me ne sono accorta”. In quel momento, abbiamo alzato entrambe la testa contemporaneamente e ci siamo guardate negli occhi, Martina è scoppiata a ridere: “Ma che cosa dici?” – mi disse – “Tu sei albanese!”. In quel momento, realizzai che mi sento così profondamente italiana che mi ero completamente dimenticata di avere la cittadinanza albanese.

Sono arrivata qua dopo l’infanzia a Tirana. Era il 13 ottobre 2000
, io avevo tredici anni: un viaggio bellissimo, mi sono goduta il mare da Patrasso a Trieste su una nave da crociera in tutta tranquillità e con la mia famiglia.
La mia storia italiana comincia proprio dalla frontiera. Da Trieste.
Abbiamo preso il treno per Milano, perché il progetto iniziale era quello di ottenere il visto e partire per il Canada. Per una serie di “contrattempi” ci siamo fermati a Milano per circa tre settimane. Dopo, ci siamo spostati a La Spezia, poi a Villafranca in Lunigiana e ci siamo fermati là, dove io ho vissuto fino al 2006 e i miei genitori per altri quattro anni.

Appena arrivata, mi sono iscritta nella squadra di pallavolo per integrarmi, andavo spesso in biblioteca a leggere e insieme a mia mamma siamo entrate a cantare nel coro “Ars Antiqua”.
Io sapevo già parlare italiano grazie ai miei zii che conoscevano bene la lingua. I miei genitori mi raccontano che ho iniziato a parlare a undici mesi, piangevo tantissimo, non lasciavo dormire nessuno, a un anno camminavo e giravo da sola. Prendevo la sedia e la trascinavo per la casa, poi andavo a bussare alla porta della vicina perché volevo chiacchierare.
A tre anni ho iniziato a imparare le prime parole in italiano. Mi ricordo il film Disperatamente Giulia, il cui protagonista era Fabio Testi nella parte di un certo Hermes (e da lì ho scelto il nome per mio fratello minore, ero innamorata del personaggio). E ricordo anche che la prima parola che ho imparato è stata “cin cin” perché mi aveva colpita la scena di un brindisi all’interno del film.
A cinque anni e cinque giorni ho iniziato la prima elementare. Tutti erano più grandi di me mediamente di due anni.

Dopo le elementari ho fatto quattro anni di Conservatorio: avevo scelto di studiare chitarra classica e invece mi avevano assegnato alla classe sperimentale di viola, senza chiedermi se fossi d’accordo o meno. Avevo nove anni, lo strumento e l’arco erano più grandi delle mie braccia. Non riuscivo a tenere né il braccio né le dita nella posizione corretta.
Finite le medie ci siamo trasferiti in Italia. Io ho abbandonato il mio sogno di proseguire il Conservatorio come cantante lirica e ho scelto di frequentare il linguistico. Era il mio modo per comunicare con il mondo. Mi ricordo che il preside spingeva perché io facessi lo scientifico, pensava che sarebbe stato troppo impegnativo per me studiare così tante lingue contemporaneamente, compreso il latino. Invece io, con tono fermo gli dissi: “Preside, io voglio fare il linguistico e vedrà che non la deluderò”. E così è stato.

Ho frequentato il primo anno come semplice uditrice ed è stato un anno tragico, mi prendevano in giro perché ero “forestiera”, ero anche più piccola, e avevo un carattere un po’ supponente.
Nonostante fossi in classe soltanto per ascoltare, mi impegnavo, e molto spesso ero più preparata degli altri. Questo creava una certa distanza tra me e il resto della classe, soprattutto in una fase delicata come l’adolescenza, durante la quale si ha la necessità di stare con i coetanei. Devo ammettere che sono cresciuta molto velocemente; questo ha temprato il carattere sotto alcuni aspetti, ma mi ha anche privato di molte cose.

Quando finalmente mi sono iscritta come studentessa a tutti gli effetti, le cose sono andate un po’ meglio, ma l’integrazione vera e propria in un posto piccolo come Villafranca, dove ci si conosce tutti, l’ho forse raggiunta dopo quattro anni di scuola superiore. Comunque non venivo accettata, ero sempre l’albanese, forestiera e “chi si crede di essere”. I primi tre anni sono stati di “combattimento”, il desiderio di integrazione si scontrava con una barriera forte. Al quarto anno mi
sono arresa.

Hanno avuto una funzione fondamentale gli insegnanti di italiano, gli unici che mi venivano incontro, mi accoglievano, mi capivano. Purtroppo si creava il meccanismo per cui io ero “la cocca dei prof.”, un altro motivo per tenermi distante da parte dei compagni. A mia volta, poiché non piacevo ai miei compagni di classe, facevo di tutto per piacere almeno agli insegnanti. Il primo anno il mio professore di italiano e latino era Antonio Bianchi, dolcissimo, giovane, una persona che capiva la mia difficoltà e cercava di aiutarmi, ma è stato al terzo anno che è arrivato l’insegnante che mi ha stravolto la vita, Davide Silvestri, una delle persone più colte che abbia mai conosciuto. Era autorevole e imparziale, ma sapeva sfidarmi e mettermi alla prova nel modo giusto. È stato lui che mi ha messo in contatto con il mondo milanese. Mi portava a in ogni conferenza possibile. Due, in particolare, mi sono rimaste impresse: la Conferenza “GLOBE” organizzata da ISPI a Genova e l’Osservatorio sui giovani Giornalisti a Firenze.

Dopo le superiori ho sentito l’esigenza di andarmene da quel luogo piccolo e chiuso e “sono sbarcata” di nuovo a Milano. È stato tutto facile inizialmente, persino trovare casa vicino alla Bocconi, dove mi ero iscritta grazie a una borsa di studio in Economia Aziendale e Management, ma il primo anno mi sono bloccata, sentendomi totalmente inadeguata. Non mi trovavo a mio agio in quell’ambiente di splendidi figli di papà e non capivo se erano davvero così o se fingevano di esserlo. Tutti si sentivano superiori ai professori, le lezioni erano continuamente interrotte dagli interventi dei miei compagni di corso che tentavano di dimostrare di essere più preparati dei docenti. Si era ribaltata la situazione rispetto al liceo: ero io a sentirmi l’ultima della classe, mentre gli altri mi sembravano tutti più avanti. È stata comunque un’esperienza formativa, ma veramente dura, che ho abbandonato dopo il secondo anno perché mi hanno ritirato la borsa di studio. La Bocconi costa e non mi sentivo di pesare economicamente sulle spalle dei miei genitori.

In quel momento, ho preso parte dei miei risparmi e me sono andata a Londra per fare il corso d’inglese a Cambridge. Appena arrivata mi hanno proposto di fare uno stage presso l’Ambasciata della Tunisia e così sono rimasta lì per due mesi, migliorando sia l’inglese sia il francese.
Al ritorno, ho cambiato totalmente direzione, mi sono iscritta al corso di Scienze Politiche all’Università Statale. Ho cambiato casa e ho preso mio fratello a vivere con me per non stare da sola.
Durante gli anni di università ho sempre lavorato, facendo un po’ di tutto, soprattutto nel settore commerciale e della raccolta fondi, ma per mantenermi e per avere la carta di soggiorno ho dovuto rendermi utile anche in lavori più umili come l’assistenza agli anziani. Non ho mai avuto periodi vuoti per dedicarmi totalmente agli studi. E’ stata una fase “migliorabile”. In futuro mi piacerebbe continuare il mio percorso in ambito accademico, per avere la possibilità di trasmettere qualcosa agli altri e fare progredire le nuove generazioni.

Se dovessi descrivermi con una parola, questa sarebbe il verbo “migliorare”. Preferisco non giudicare mai o stravolgere le persone, ma aiutarle a trovare un loro equilibrio e potere credere nel futuro.
La scelta di lasciare improvvisamente l’Albania era stata di mia mamma, che voleva darmi la possibilità di studiare all’estero. Il Paese stava attraversando una situazione politica e sociale molto difficile, prima a causa della guerra civile del ’97 e poi a causa della guerra in Kossovo (1998-99), che ha avuto notevoli ripercussioni anche in quell’Albania già dilaniata. Da una parte ero cosciente delle ragioni del nostro trasferimento, dall’altra ero spaventata dall’idea di dover lasciare tutto e ricominciare da capo. I primi tempi sono stati davvero traumatici, ma mia madre non si è lasciata abbattere. Mi portava in biblioteca, mi spingeva a relazionarmi con le altre persone. Cercavo di sfruttare quello che mi offriva il paese in cui abitavo.

Sono state proprio le difficoltà a farmi diventare flessibile e capace di adattarmi alle diverse situazioni. Riflettendo bene, la mia formazione di vita è passata attraverso l’interruzione improvvisa
di due grandi sogni. Il primo, nel passaggio dalle scuole elementari alle medie, quando volevo fare danza classica: due mesi prima del concorso di ammissione all’accademia di danza fui investita da una macchina e fratturai completamente l’anca. In quel momento, i medici consigliarono ai miei di spronarmi a praticare una disciplina artistica per superare il trauma. Iniziai i corsi di canto e pianoforte con Rajmonda Dabulla, una delle migliori mezzosoprano del Paese all’epoca.
Fatalità, anche lei aveva dovuto abbandonare la sua carriera a causa di una paralisi alla gamba destra.

Nel giro di due mesi mi sono rimessa in piedi da sola, senza riabilitazione, e ho iniziato il Conservatorio. La seconda grande rinuncia è stata alla fine delle scuole medie: alle superiori volevo studiare canto lirico, ma mia madre e mio padre avevano deciso di lasciare l’Albania e ho dovuto accantonare anche quel sogno.
Adesso, spero solo di potere finire l’università al più presto e darmi alla carriera accademica. Alla domanda se mi piacerebbe intraprendere la carriera diplomatica, rispondo: “Solo dopo avere trovato l’amore della mia vita. Queste sono scelte che condizionano il futuro, quindi meglio deciderle con la persona giusta affianco.”

Claudia Galal
Informazioni su

Metà italiana e metà egiziana, nasce a Urbino nel 1981 e cresce nel posto più tranquillo del mondo, l'entroterra marchigiano. Nel 2000 si trasferisce a Bologna, dove si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi socio-semiotica sulla street art. Alla fine del percorso di studi si sposta a Milano e comincia a lavorare nel campo dell'editoria e della comunicazione. Giornalista musicale, frequentatrice assidua di concerti, appassionata di arte contemporanea, subculture giovanili e semiotica, scrive per diverse testate cartacee e online. Il suo blog è thegreatmixtape (music and more to take with you)

Pubblicato in Albania, Famiglia, Storie Taggato con: , ,
One comment on “Il mio cammino italo-albanese
  1. Giorgio ha detto:

    Mamma mia come sei cresciuta. Auguro a Viola Banaj di realizzare tutti I suoi sogni del futuro e perche no anche quelli lasciati a parte nel passato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Current ye@r *