Notti napoletane prima degli esami

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Ahmed
Cognome
Husein
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Cosa mi ha spinto ad arrivare qua è una cosa. Come ci sono arrivato è un’altra.
È bello raccontare tutte e due.
Ho lasciato la Giordania per studiare, ero spinto da una voglia forte di studiare…avevo finito il liceo nel 1974 ma sono arrivato qui solo nel 1977, tre anni dopo aver preso il diploma di maturità.
In quei tre anni ho costruito la mia piccola base per realizzare il mio sogno, ho lavorato e ho raccolto un po’ di soldi e li ho messi da parte perché i miei non avevano la possibilità di mandarmi a studiare fuori.

Nel ’77, avevo finalmente i soldi che mi servivano a disposizione e così ho detto a mio padre: IO PARTO.
A quella mia decisione ci fu una vera guerra a casa mia, mio padre rimase molto male…mi diceva che avevo un buono stipendio, un lavoro e tutto sommato poteva andar bene così ma non capiva che io volevo andare a studiare.
Rimasi fermo comunque sulla mia posizione, incontrai un amico che aveva appena finito il liceo e che aveva lo stesso mio sogno e così decidemmo di partire insieme.

Così ci siamo dati appuntamento una mattina in un parcheggio per andare ad Amman, all’ambasciata indiana, pakistana o di qualunque altro Paese in cui si parlasse inglese, per vedere quali possibilità di studio avevamo davanti. Nel parcheggio abbiamo incontrato un altro nostro amico, che ha completamente stravolto i nostri piani:
“Perché non andate in Italia?” – ci ha detto –
“In Italia? Ma in Italia non si parla inglese!” – gli abbiamo risposto –
La nostra preoccupazione per la lingua può sembrare esagerata ma non lo era, in che modo ci saremmo fatti capire in un Paese in cui nessuno parlava l’arabo né l’inglese e dove noi non sapevamo neppure una parola della lingua locale?
PANICO!

Nonostante la paura della lingua però l’idea dell’Italia come meta del mio viaggio cominciò a farsi concreta quando questo amico (che aveva vissuto a Roma) disse: “Lì [in Italia] è facile imparare la lingua a soprattutto la vita costa poco”.
Fu così che andammo all’Ambasciata italiana e fu lì che incontrammo un signore che svolgeva la mansione di Addetto culturale, laureato a Venezia in arabo, una persona deliziosa che cominciò a farci riempire dei moduli per ottenere il visto.
Due settimane dopo avevamo ottenuto il visto e siamo partiti per l’Italia…destinazione Roma!

Arrivati nella capitale,la prima cosa che ricordo è l’aeroporto…una roba enorme!
Durante il tragitto dall’aeroporto alla città, la distanza mi sembrava infinita…vidi che c’erano gli autobus piuttosto che i treni metropolitani come adesso. Col mio amico presi un taxi e, lungo la strada, tutto quel verde, unito al mare che avevo visto dal finestrino dell’aereo in atterraggio, mi sembrò una cosa pazzesca! Io venivo dal DESERTO!!!
Entrando a Roma poi, la prima cosa che vidi fu che tutta la città era tappezzata di manifesti per Tel al-Zaatar, il campo profughi palestinese che era stato distrutto dalle forze siriane durante la guerra civile libanese. Roma era piena di questi manifesti e per me era una felicità vedere che in Italia si parlava dei palestinesi, quasi come se Roma fosse una città palestinese lei stessa!

Nella capitale all’inizio ho alloggiato in una pensione, avendo portato con me, come “ricordo” del mio Paese, soltanto le sigarette. Da Roma poi, il viaggio anziché finire è cominciato.
La vita qui, soprattutto all’inizio, non è stata facile.
Nel ’77 in Italia non si parlava inglese da nessuna parte, per cui andavo nei negozi e per poter comprare qualcosa, non avevo altra scelta che indicarla al negoziante col dito, come fanno i bambini quando dicono: “Voglio questo!”. Dopodiché per pagare estraevo una 10.000 lire talmente grande che mi sembrava un lenzuolo arancione, e poi aspettavo il resto…lo prendevo senza sapere assolutamente se era esatto o no e lo mettevo in una damigiana che avevo sempre con me e dove posavo tutte le monete che mi venivano date.
Le mettevo tutte lì perché non sapevo usarle, avevo imparato ad usare solo le 10.000 lire, più o meno.

E lo studio? Che fine aveva fatto il desiderio di studiare? Eh,iscriversi all’università era un’altra cosa non semplice da fare: c’era bisogno di superare un esame d’ammissione, la conoscenza della lingua italiana era il requisito base di questo esame e io cosa potevo fare?
Ero stato informato di un corso d’italiano per stranieri, decisi così di andare a farlo per conquistare un po’ di autonomia quotidiana e per tentare l’ammissione all’università. Di quell’esame non ricordo molto adesso ma una cosa mi è rimasta indelebile: i salti mortali che abbiamo dovuto fare per superarlo! Quello che ricordo infatti è che in quanto a proprietà della lingua, nonostante avessimo fatto il corso, stavamo tutti sulla stessa barca che non stava tanto bene a galla!La soluzione di quell’esame, soprattutto per la prova orale, fu così il suggerimento! Ci suggerivamo in arabo le risposte e le parole esatte, sperando che a quello che stava sotto esame venisse in mente quella italiana corrispondente, passasse l’esame e la ricordasse anche a chi stava dopo di lui!

Dopo aver avuto l’attestato di conoscenza dell’italiano, sono poi partito per Perugia. Altro giro, altra corsa e altro tentativo: l’esame di ammissione all’università di giurisprudenza! Il mio sogno!
La Giordania l’avevo lasciata, in Italia c’ero arrivato, l’italiano lo avevo imparato, i soldi sapevo contarli meglio…problemi finiti allora!
Allora no!
“Le università italiane sono affollate, non accettiamo nessuno studente straniero”
. Così il Ministro della pubblica istruzione di allora, Franco Maria Malfatti, accolse la mia (e non solo) voglia di studiare all’epoca! Anziché stare a Perugia per fare l’università quindi mi trovai in casino fatto scoppiare da noi aspiranti studenti stranieri: scioperi della fame, manifestazioni e contestazioni di piazza finché, grazie all’impegno soprattutto di 500 studenti americani, siamo riusciti ad entrare nell’università italiana.

Eh si, siamo riusciti ad entrare all’università grazie alle proteste e grazie soprattutto alla presenza di studenti americani ma una volta dentro, ci siamo ritrovati tutti arbitrariamente iscritti alla facoltà di farmacia! Tutti destinati in città che non avevamo scelto! Tutti buttati dove non avremmo mai pensato di andare a finire. Io avevo scelto Siena, Roma, Pisa…insomma il nord, invece non solo sono stato iscritto a farmacia e ma anche destinato a Napoli!

Ripresi di nuovo i bagagli e lasciata anche Perugia, sono salito di nuovo sul treno e, dopo aver faticato per imparare l’italiano, sono così arrivato a Napoli dove, una volta sceso alla stazione, ho capito che qui si parlava un’altra lingua ancora: il napoletano!!!
Andate così le cose, il mio primo anno di università l’ho forzatamente trascorso a farmacia. A dirla tutta, in quell’anno non ho molto studiato, non essendo interessato a quelle materie mi sono concentrato più sul fare politica soprattutto, mi sono divertito e ho conosciuto la buona cucina e l’ospitalità familiare dei napoletani.

Il mio primo pranzo in famiglia l’ho fatto a Napoli, ad Ercolano per essere precisi, a casa di un amico che mi aveva invitato…un pranzo a base di pesce, un pranzo coi fiocchi salvo che per un piccolo misunderstanding familiare! Il mio amico di allora, aveva infatti detto alla madre (anziana) che, al termine del pranzo, avrebbe dovuto conservare per me le lische del pesce perché poi me le sarei portate a casa e ci avrei cenato. Quello che era chiaramente uno scherzo, non fu preso così dall’anziana signora che nell’accompagnarmi poi alla porta si presentò con un pacchettino in cui aveva messo tutte le lische per me!!! Ovviamente a nulla servì spiegarle che si era scherzato, dovetti portarmi a casa il pacchetto e…gettarlo nella spazzatura di casa mia!

Alla fine di quello stesso anno, sono stato poi in Giordania per l’estate, avevo lasciato una delega ad un mio amico per iscrivermi l’anno dopo a giurisprudenza, e così sono partito. Arrivato in Giordania sono stato bloccato e trattenuto per 100 giorni, per l’attività politica che avevo svolto in Italia contro il regime giordano, poi con l’aiuto di mio padre, che mi aveva evidentemente perdonato, sono stato poi rilasciato e rispedito di nuovo in Italia, senza neppure riuscire a vedere la mia famiglia.

Ritornato qui, ennesimo colpo di scena: mi sono ritrovato a Scienze politiche anziché a giurisprudenza!
Stavolta era stato il mio amico che aveva deciso anche per me quello che voleva fare lui!
Così ho finalmente cominciato i miei studi, una carriera abbastanza tranquilla. Mi sono laureato nel 1984, ho fatto poi un dottorato a Milano e il post-dottorato di nuovo a Napoli e poi ho cominciato ad insegnare.
Nonostante amassi molto la mia lingua materna, l’arabo, avevo però bisogno di darmi uno stipendio subito dopo gli studi e così mentre facevo l’assistente di Storia delle Relazioni Internazionali ( e lo sono stato fino al 2001) ho cominciato anche a fare il lettore di arabo!

In quegli stessi anni,anzi un po’ prima, ho conosciuto qui in Italia anche una ragazza,abruzzese lei, che mi ha poi fatto capitolare a nozze! Eh beh, anche lì le cose non sono state facilissime. Essendo entrato quasi subito in famiglia non ho avuto particolari problemi con loro personalmente ma con i concittadini è stato un tantino diverso! Non raramente capitava che, vedendoci passeggiare per strada mano nella mano, sentissi dei commenti del tipo “Ma che ci fa la figlia di Pinco Pallo con quel africano?”; “Ma dove l’ha pescato?”; “Ma con tanti bei ragazzi che ci sono qui!”.
Nonostante fossero commenti che là per là mi facevano un po’ male e anche un po’ arrabbiare, ovviamente ci pensava poi lei a farmi ragionare sul fatto che il paese in cui abitava era comunque piccolo, che tutti conoscevano ed erano praticamente imparentati sono tutti, che di migranti allora ce n’erano pochi rispetto ad oggi e che quindi era normale che la gente fosse stranita.

Mentre da una parte seguivo i suoi ragionamenti e dall’altra continuavo a pensare che fosse impossibile confondere il colore della carnagione e i tratti somatici di un arabo e di un africano, il posto da docente di storia che aspettavo non è mai arrivato!
Nel frattempo il docente a cui facevo da assistente era andato via sì, ma io non avevo la cittadinanza, per questo non potevo fare il concorso come ricercatore. La storia della cittadinanza è una strana storia, la “colpa” è stata infatti mia perché prima di sposarmi e di avere il primo figlio non avevo mai pensato di richiederla…o meglio non avevo voluto. Eh sì, nonostante l’impossibilità di fare il concorso per ricercatore, non la volevo la cittadinanza, non ne sentivo il bisogno…avevo la mia e mi stava piuttosto bene così.

Questo mio modo di pensarla si è poi modificato quando si è cominciato a sbraitare contro gli stranieri. All’epoca io ero già sposato, avevo già un figlio e avevo già avuto due litigi con la polizia in questura per rinnovare il permesso di soggiorno, così un bel giorno ho preparato tutti i documenti e sono andato a chidere la cittadinanza. Una volta chiesta e me l’hanno data subito, in un anno e mezzo e così nel 1997 l’ho ottenuta.

Non è stata la cittadinanza a darmi comunque il senso di appartenenza però…mi sento comunque né carne né pesce in realtà. Non sono né arabo né italiano…penso che la definizione giusta continua comunque ad essere quella di “sospeso” tra due mondi dove ci sono molte cose che mi piacciono e molte cose che non mi piacciono.
Ho cercato di assimilarmi, questo sì, al mondo in cui vivo…e beh tanta, tanta fatica!
Fatica in tutto…nel rapporto coi figli, nel rapporto con gli altri…nell’accettare quello che gli italiani accettano.

Il fatto di aver sposato una donna italiana, credo mi abbia aiutato molto ma ancor di più lo ha fatto mia sorella: è arrivata qua, subito si è fidanzata con un ragazzo italiano ed è andata a conviverci e tutto questo, in me, ha mitigato quel mio senso di appartenenza ad un mondo così rigido su queste cose.
Anche l’Italia però è un Paese difficile, molto difficile.
Non lo dico con rammarico però, io sono arrivato qui, ho accettato questa vita qui…ho goduto di questa vita qui e quindi vuol dire che sbagliata non deve essere stata, no?

Ismahan Hassen
Informazioni su

Mi chiamo Ismahan Hassen, ma per gli amici sono da sempre Esmeralda. Classe 1988, nata a Caserta, tunisina d'origine da parte di madre e di padre ma italiana e napoletanissima d'adozione. Dopo la laurea triennale in "Lingue,culture ed istituzioni dei Paesi del Mediterraneo", continuo gli studi riguardanti il mondo arabo-islamico presso l'Università "L'Orientale" di Napoli. Non sopporto il falso buonismo, la religione con cui si giustifica tutto, i troppi maschi e poco uomini e, ancor di più, le troppe femmine e poco donne. Ho una passione viscerale per la letteratura araba femminile, per la musica leggera italiana ( quella che i papà ti fanno ascoltare in macchina a 2 anni, per intenderci), per il thè alla menta con le mandorle e per la pizza margherita. Ammiro le persone per ciò che sono e sanno darmi più che per il ruolo che ricoprono. Se dovessi descrivere il mio motto di sempre e la mia vita in attimo direi che:"La vita è un pugno nello stomaco solo per chi se lo fa dare ma...il cielo è blu sopra le nuvole".

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