Quando l’esperienza (italiana) si trasforma in senso di appartenenza

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Zhewen
Cognome
Jiang
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Sono nata a Xian una città del nord ovest della Cina. Ho un fratello più grande di me. Mia madre è una professoressa di biologia all’università, mio padre un ricercatore di geologia.
La mia infanzia? Tranquilla. Sono cresciuta in un ambiente chiuso, tradizionalista, convenzionale, prevedibile. Frequentavamo solo persone che ruotavano intorno al network professionale dei miei genitori. Vi dico la verità: non avevo sogni. Non ero particolarmente creativa. Quando mostravo degli interessi verso qualche soggetto nuovo come la pittura, i miei genitori mi dicevano che dovevo pensare solo allo studio. Avevo accettato il sistema. E lo avevano accettato anche i miei amici.

La maggior parte dei miei professori erano molto rigidi. Tra noi studenti e gli insegnanti non esistevano rapporti interpersonali. Pretendevano dei comportamenti standard: dovevamo sedere dritti, non dovevamo parlare, non potevamo scherzare. Tutta questa rigidità non mi dava fastidio. Mi ci ero abituata. Anche ai miei compagni non dava fastidio. Infondo non avevamo elementi ne esperienze per sostenere che altri sistemi erano migliori. Conoscevamo solo quella realtà.

Ora che posso fare confronti, penso di poter dire che quel sistema aveva anche dei lati positivi come quello di aver aiutato la nostra capacità a concentrarci e a memorizzare. Oggi sono in grado di ricordare molte cose che leggo e che ascolto grazie a quel metodo. E’ vero, non pensavo con la mia testa ma quel sistema mi ha dato la possibilità di iscrivermi all’università di Northwest dove ho studiato economia.
I miei genitori mi avevano dato due scelte: computer science o economia.
Loro ritenevano che quelle erano le uniche discipline che mi avrebbero permesso di trovare un lavoro decente.
Con il tempo però, incominciavo ad avere voglia di uscire dalla Cina. I racconti degli studenti che avevo studiato all’estero mi avevano incuriosita. Terminata l’università, infatti, lasciai la Cina.

Destinazione Roma
Avevo vinto una borsa di studio per un master in economia alla St. John’s University a Roma. Volevo andare a New York ma ci tenevo anche a fare un’esperienza europea. Dell’Italia non sapevo nulla. Arrivo a Roma il 23 ottobre 1997. Indossavo una camicia, pantaloni di cotone e scarpe Reebok.
Vivevo in via Aurelia in un appartamento che dividevo con una russa e un americano. Ero giovane, timida e chiusa. Avevo 23 anni e credo di non aver sfruttato al massimo il mio soggiorno a Roma. Non mi sono buttata in tutte le occasioni che mi si erano presentate. Andavo a scuola, frequentavo i corsi poi rimanevo a casa. Raramente uscivo con gli amici. Roma mi piaceva. E’ la città più bella del mondo.

Dopo due anni sono andata a New York per proseguire i corsi nel campus newyorkese della St. John University. Lì uscivo di più. Attraverso la comuunità della Chiesa cinese ho fatto un sacco di amicizie.
Dopo due anni lascio l’America e torno in Cina. Non fu un rientro facile. Fu molto snervante trovare un lavoro. Ma fu molto più faticoso trovare il modo di riadattarmi alla vita in Cina. Ebbene si: ebbi un cultural shock al contrario. Dopo l’esperienza in Italia e in Usa, vedevo la Cina in modo diverso. Non trovavo amici, sentivo che le persone non mi capivano. Non ero anticonformista, ma ero semplicemente diversa dagli altri. Non avevo senso di appartenenza. Volevo uscire di nuovo dal paese. Sapevo che però questa volta non sarei più tornata.

Questa volta a Milano
Rieccomi in Italia. Questa volta scelgo il nord in quanto ritenevo che ci fossero più opportunità di lavoro. Era il 2004. Trovai un impiego presso l’università Cattolica dove insegnavo cinese. Nel tempo libero studiavo l’italiano che purtroppo non avevo studiato quando ero a Roma. Fu un errore non imparare l’italiano quando vivevo a Roma. Avevo tempo libero che non ho sfruttato a dovere. Purtroppo pensavo che l’avventura romana sarebbe stata solo una parentesi della mia vita; invece, qualche anno, dopo ero di nuovo in Italia. E non di passaggio.

Il lavoro alla Cattolica non mi permetteva di guadagnare abbastanza. Iniziai allora a fare l’interprete e lavori di traduzione. Oggi lavoro come buyer nel settore della moda e del turismo. Mi occupo anche di spedizioni e di itinerari per i turisti cinesi.

Spero di rimanere in Italia. Ma se trovo un posto più vantaggioso me ne andrò. Ma non in Cina. Mi piace l’Italia e mi trovo bene con gli italiani. Quando sento cinesi ed altri stranieri criticare gli italiani mi arrabbio. Questo paese mi ha offerto tanto. Qui ho trovato l’equilibrio. Ho una figlia, ho più amici italiani che cinesi. Sono riconoscente a questo paese. Oggi posso dire che qui mi trovo a casa mia.

Martino Pillitteri
Informazioni su

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One comment on “Quando l’esperienza (italiana) si trasforma in senso di appartenenza
  1. Pier Francesco ha detto:

    Che bella storia! Un po’ mi ci sono ritrovato: anch’io ho studiato e vissuto per qualche tempo all’estero e so che il peggio non è andar via ma il rientro! Brava Zhewen !! 🙂

    P.S. Il problema non sono i Cinesi o gli altri stranieri che parlano male dell’Italia: come la mettiamo con gli Italiani? 😀

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