Matrimonio combinato con Roma

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Durdana
Cognome
Shireen
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

L’odore delle lenticchie bruciate riempiva la cucina. La porta era chiusa bene e la finestra aperta.
La signora Claudia venne giù di corsa.
La tua cucina è in fiamme!” urlò.
Non è possibile, non c’è neanche un po’ di fumo nella mia casa,” risposi con quasi arrogante certezza.

Mi sbagliavo. La cucina era completamente nera. Ci sarebbero voluti giorni a scrostare quelle lenticchie dal fondo della pentola, ormai da buttare.
Non imparavo mai. Non ero abituata a cucinare e dimenticavo spesso le cose sul fuoco ma quando riuscivo a preparare qualcosa, dicevano tutti che era buonissima. Agli amici di mia figlia che vengono sempre qui a mangiare anche solo gli avanzi della nostra cena, sembrerebbe assurdo, ma davvero, non sapevo cucinare. Questo certo non significava che non mi riuscisse.
Non avevo mai imparato a cucinare per lo stesso motivo per cui non avevo imparato a pulire, stirare, lavare i piatti o fare la spesa.

Credo sia una principessa persiana...”
Ma no, guarda i suoi abiti! È sicuramente di famiglia nobile, ma credo sia indiana.”
Ho sentito che è venuta qui per fare la modella...”
Mi pare di averla vista in qualche film...”
Niente di tutto questo. Ero finita in Italia per via di alcune coincidenze.

Mio padre era un ufficiale dell’esercito e il suo migliore amico un ragioniere. La domenica entrambi, tra gli uomini più colti e letterati del loro villaggio, si sedevano nella veranda di casa a leggere il giornale per tutti e discutevano di politica, economia e quant’altro. Un giorno Abujan (papà) decise di combinare il mio matrimonio con il figlio del suo migliore amico, un ragazzo che aveva lasciato il Pakistan già da qualche anno e di cui non conoscevo neanche l’aspetto. Rimediarono subito con una foto e qualche mese dopo io e Arslan eravamo sposati.

Non ero padrona della mia vita. Nessuno mi aveva chiesto cosa volessi. Da bambina ero sempre stata viziata dai miei fratelli e da mio padre, quindi mi riuscì difficile accettare queste imposizioni. Sognavo di laurearmi in belle arti ma finii per studiare letteratura inglese e persiana e economia domestica. Non sapevo se volevo venire in Italia, eppure a 18 anni, un po’ spaventata e un po’ emozionata, finii qui, nell’immensa Roma. Era il 1979.

Come se la vita non fosse già abbastanza complicata, al mio arrivo in Italia, Babbo (il padre adottivo di mio marito) non volle incontrarmi. Forse aveva immaginato che Arslan avrebbe sposato una ragazza italiana. Era molto ferito e non voleva nulla a che vedere con me. Passammo un primo tempo in Italia come ospiti paganti a casa di conoscenti di Arslan. Poi un giorno, Babbo stava poco bene e lo andammo a trovare. Saranno stati i miei modi gentili e rispettosi, il mio sorriso, il mio sguardo preoccupato, non so, ma qualcosa in me gli piacque molto. Disse ad Arslan di portarmi subito a casa…

Ero a più di 7000km dalla mia famiglia in un periodo in cui le distanze si contavano in passi ed erano reali. Le telefonate costavano tantissimo e potevano durare un massimo di tre minuti. Tre minuti… avrei parlato con mia sorella o mio padre? Forse mio fratello… E cosa gli avrei detto? Che stavo bene. E se non ci fosse stato nessuno a casa? E se stessero tutti dormendo? Avrei lasciato detto “che stavo bene”.

A quei tempi non ci si telefonava per chiacchierare, ma solo per dirsi questo. Se volevi chiacchierare dovevi prendere in mano una penna e scrivere… e qualche mese dopo qualcuno avrebbe riso ad una tua battuta, ti avrebbe raccontato qualche aneddoto o dato qualche consiglio. Mia sorella mi raccontava la sua quotidianeità senza di me. Zia Najaf mi mandava ricette. Papà scriveva per avere conferma del fatto che stavo bene. Non gli bastavano quei tre minuti in cui ce lo ripetevamo di continuo.

In Pakistan girava voce che mio marito gestiva un garage qui a Roma, mentre lui ci faceva il turno di notte. Non fu semplice abituarmi ad una vita più umile. Ci misi un po’ ad accettare che era mio compito anche pulire il bagno. Il bagno. I militari in Pakistan sono una classe adagiata e hanno qualcuno per svolgere ogni mansione. Questi non erano mai stati compiti miei. Ho fatto tanti sacrifici e entrambi io e Arslan ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo lavorato sodo. Lui era riuscito a mettersi in proprio e aprire un negozio, mentre io avevo cominciato a lavorare come bibliotecaria in una scuola internazionale.

Nessuno nel mio quartiere parlava inglese e a volte mi sentivo come fossi all’interno di un manicomio. Ricordo quando chiesi al figlio della mia vicina di casa cosa aveva mangiato per pranzo e lui mi rispose “Merda”. Andai da sua madre a chiedere cosa fosse la “merda” e come si preparasse. Vi lascio immaginare che figura che feci!
Poi però, con le lezioni di italiano impartitemi da Babbo e con la pazienza e l’aiuto di quei vicini di casa che erano la mia nuova famiglia, riuscii a superare anche questo ostacolo. C’erano quaranta appartamenti in quel palazzo a Prati in cui ho vissuto per 19 anni. Questo significa che avevo quaranta case. La mia famiglia mi mancava, certo, ma lì era bello. L’Italia era pulita, moderna, piena di opportunità.

Forse non era il paese che avevo scelto per me, ma è quello che sceglierei oggi. Furono delle coincidenze a portarmi qui, ma sono delle bellissime circostanze a trattenermi. L’Italia è il paese che mi ha abbracciata, accolta, auitata a crescere… amata. È quello in cui ho cresciuto i miei figli. Non ho dimenticato il mio Pakistan, anzi, ma ho scelto di vivere qui ed è qui che voglio invecchiare.

Sabika Shah Povia
Informazioni su

Sabika Shah Povia è nata a Roma l'11 dicembre 1986 da genitori pakistani. Nel 2008 si laurea in giornalismo al London College of Communication e collabora con CNN International. Ora lavora come freelancer, scrivendo per le principali testate nazionali pakistane. Parla correntemente italiano, inglese, urdu, hindi e portoghese. Vive tra Roma, Londra e Islamabad. Motto: Consapevole delle mie responsabilità, giuro di dire tutta la verità, solo la verità e niente altro che la verità e di non nascondere nulla di quanto è in mia conoscenza. -

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One comment on “Matrimonio combinato con Roma
  1. michele lanzini ha detto:

    Una volta che si riesce a scappare dalla fame e dall’ignoranza … e chi vuole tornare indietro?

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