Destinato ad essere sempre messo alla prova

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Sultan
Cognome
Onay
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Ho reagito alle avversità e risposto a tutte le sfide della vita anche quando avevo il morale a pezzi. Ma non riesco a trovare la risposta alla domanda più semplice: qual è stato il giorno più bello della mia vita?
Nonostante le tante soddisfazioni per aver superato difficoltà e per essermi rialzato dopo le cadute,il destino, mostrando anche un certo tempismo, mi ha rimesso continuamente alla prova con sfide sempre più dure.

Il ricominciare da zero è una costante che mi ha seguito ( e tuttora fa) in tutti i paesi dove ho vissuto. Anche nel mio paese natale, la Turchia, la strada è sempre stata in salita sin da ragazzino. Ho infatti iniziato a lavorare a 14 anni come dipendente non regolare nel settore della ristorazione. A scuola non insegnano nulla di pratico, solo a parlare il turco. Nel 1979 sono incominciati dei grossi problemi nel Kurdistan e fu imposto il coprifuoco. Non si poteva scendere in strada dopo una certa ora. Poi la situazione è degenerata, molto curdi sono stati arrestati. Nel 1980 c’è stato il colpo militare. Hanno ammazzato molti giovani. Hanno messo in difficoltà economiche molte persone.

A un certo punto, mi sono trovato in una situazione dove capisci che il tuo paese non solo non ti può offrire un futuro dignitoso, ma ti mette nelle condizioni di non avere un futuro nel senso più esplicito del termine. Essendo originario del Kurdistan, ero tra coloro che rischiavano la vita.
Non mi rimaneva che cercare fortuna all’estero. Ho lavorato in Svizzera, in Germania, in Arabia Saudita. Ma non mi sono mai fermato in nessuno di quei posti. Avrei voluto stabilirmi in Svizzera, peccato che il resto della mia famiglia non era ben venuta.

Le autorità svizzere non hanno concesso il visto a mia moglie e mio figlio
. Anzi, quando siamo arrivati al confine tra l’Italia e la Svizzera, ci hanno messo su un treno e ci hanno mandato a Milano. Una volta giunti nella capitale lombarda abbiamo fatto richiesta di asilo politico.
Era il 7 settembre 1987.Eravamo arrivati alla stazione centrale. Le autorità competenti che si occuparono del nostro caso ci mandarono in una famiglia a Paderno Dugnano. Un’associazione umanitaria si era presa carico di noi. Poi, col tempo, tramite una cooperativa, ho cominciato a lavorare. Il primo incarico fu all’Alfa Romeo di Arese. Ho lavorato lì per cinque mesi. Mi occupavo della ristrutturazione della mensa. Piano piano le cose incominciavano a girare.
Successivamente trovai un impiego presso una ditta artigianale edile come muratore. L’ho fatto per cinque anni. Ho sempre lavorato, non avuto problemi a trovare un impiego.

Ma ecco arrivare la prima stangata. Ho dovuto fare causa al datore di lavoro in quanto questi non mi pagava. Si è trattato di una causa lunga e costosa dove sono emersi i difetti di sistema della giustizia italiana, un labirinto che non ti porta da nessuna parte, dove non vedi la luce alla fine del tunnel anche se sei tu quello dalla parte della ragione. Ma ho fatto tesoro di una lezione: anche se si è disperati non bisogna mai cedere alla tentazione di fare le cose a modo proprio. Ho rispettato le regole del gioco, ed anche se è stato un processo lungo e stressante, alla fine l’esito è stato positivo.

Nel 1999 inizia una nuova fase della mia vita imprenditoriale.
Ho aperto un negozio alimentare e poi il mio kebab dove attualmente lavoro. sultan 5 Le cose stavano andando bene. Ma ancora una volta è arrivata la chiamata dal destino. Un incidente stradale sulla tangenziale vicino all’ uscita di Linate mi ha fatto passare dei brutti momenti. Dopo l’incidente persi conoscenza. Fui hanno portato all’ospedale San Raffaele e sottoposto a due interventi. Avevo 2 vertebre rotte. Mi hanno messo delle placche di ferro nel collo. Sono rimasto in ospedale 43 giorni. Con queste operazioni non potevo più fare lavori pesanti. Però potevo ancora gestire il mio kebab e guardare al futuro con un certo ottimismo. Pensavo che il peggio fosse passato. Invece….

La sfida e la delusione più grossa ebbe inizio nel 2006.
Un giorno mia moglie mi approccia e mi dice: «perché non facciamo sposare nostro figlio? Facciamolo sposare con la mia nipotina». Io risposi che non avevano il diritto di interferire e che lui avrebbe dovuto scegliere la sua futura sposa. Ero l’unico a non sapere che mio figlio voleva quella.
Abbiamo fatto la festa di fidanzamento e il 5 agosto 2007 hanno celebrato il matrimonio a Istanbul. Poi abbiamo fatto il ricongiungimento familiare per farla stare in Italia. Lei è arrivata nel 2008. Viveva in casa mia e quello fu un errore. Un giorno mi sono confrontato con lei. Le dissi che l’Italia non era il nostro paese, che avevamo un’altra cultura, però questo non vuol dire che non dobbiamo adeguarci alla cultura italiana. Cercavo di farle capire che bisogna adeguarsi alla cultura italiana senza stravolgere la nostra identità. Forse lei ha capito o interpretato male le mie parole e si è ribellata. Io la consideravo con una figlia, volevo solo il suo bene. Avevo il diritto di esprimere la mia opinione; dopotutto siamo adulti e dobbiamo dirci le cose in faccia in maniera umana.

Lunedi 12 maggio 2010 mia moglie, mio figlio e mia nuora salgono in auto e se ne vanno. Ebbene,stavano andando a denunciarmi. Mi avevano accusato di maltrattamento. Non ci sono rimasto male; mi è semplicemente crollato il mondo addosso. La sera stessa i carabinieri sono venuti a casa. Ero scioccato, piangevo. Vengo convocato dal pubblico ministero e sottoposto all’interrogatorio. Io racconto la mia versione dei fatti, che non ho mai maltrattato nessuno. Purtroppo i figli avevano testimoniato a favore della madre. Ho spiegato al pubblico ministero che avevo lavorato tutta la vita per loro, che avevo comprato una casa e quello che avevo guadagnato l’ho sempre dato a loro.
Per anni mi sono alzato alle 4:30 del mattino per andare a lavorare e tornavo a casa alle 22. Ho fatto sacrifici enormi.
Il giudice decide di allontanarmi da casa, permettendomi solo di recarmi per prendere la mia roba. La situazione con il tempo degenerò. Il 14 agosto 2010 chiamo mio figlio. Io ero a 300 metri da casa. Gli dico che li pensavo tanto, che dovevamo stare insieme perché siamo una famiglia perbene. Beviamo il te insieme, parliamo, discutiamo di questa situazione e mi dice che non sa cosa fare, di sentirsi tra due fuochi. Mia moglie e mia nuora mi hanno messo contro i figli. Sempre quel giorno decido di parlare a mia moglie. La scena finale è molto da film. Mi fermai con la macchina davanti a casa loro. Erano appena arrivati dal supermarket e stavano scaricando la spesa. Scendo dalla macchina e incomincio parlare con mia moglie e le dico che non possiamo permetterci di distruggere una famiglia, che siamo gente per bene, che non ci sono motivi per divorziare dopo 25 anni di matrimonio, che siamo stati insieme affrontando difficoltà e facendo tanti sacrifici. Poi mia moglie scende dalla macchina ma non mi accorgo che le era rimasto il vestito nella portiera. Purtroppo sono partito tranciandola per 4/ 5 metri. Grazie al cielo non è successo nulla di grave. Mia moglie si è graffiata solo le gambe. I figli erano spaventati. Avevano visto quella scena da lontano e si erano messi urlare in fondo non avevano capito che era stato un incidente.

Decisi di andare dai carabinieri e raccontare quello era successo. Loro mi consigliarono di non avvicinarmi più a casa altrimenti mi avrebbero dovuto arrestare. Purtroppo, a seguito di quell’incidente, il 16 agosto mia moglie e i miei figli vanno a presentare una denuncia contro di me. Il 25 agosto mi chiamano i carabinieri; mi dissero di andare al commissariato perché il giudice voleva risolvere il caso. E così fu. Il giudice decise di arrestarmi. Il maresciallo presente era dispiaciuto per me. Cercò di consolarmi dicendomi di sapere che non ero come la mia famiglia mi aveva dipinto. Il 25 agosto entro a San Vittore. Il 26 novembre sono stato condannato patteggiando. Non avevo scelta, dovevo patteggiare. Avevo tutti contro di me. Dopo 8 mesi a San Vittore mi hanno mandato al carcere di Vigevano. Alla fine sono tornato un uomo libero il 25 gennaio 2012.

Com’è ora la mia vita? Dormo in macchina o da amici che mi ospitano.
Poi lavoro. Infondo devo mantenere la mia famiglia. Pago il mutuo della casa dove vivono loro e contribuisco anche con 400 euro al mese per le spese di mantenimento. Quando posso do dei soldi ai figli. Nonostante tutto io voglio bene alla mia famiglia e per loro farei ancora qualsiasi cosa.

Martino Pillitteri
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