Note, segni e segnali

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Yuval
Cognome
Avital
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Ho vissuto per 20 anni in un piccolo paesino vicino a Gerusalemme che si chiama Motza Illit. Sono il classico israeliano sintesi di tante radici e origini. Mio padre è un filosofo, mia madre una psicoanalista.
Mio padre è di origine marocchina. È nato in Marocco in una famiglia di ebrei sefarditi presso una comunità ebraica cha vantava tanti poeti cabalisti. Emigrò in Israele all’età di 11 anni. La famiglia di mio padre era molto importante tra gli ebrei in Marocco. Il mio bisnonno possedeva 40 fattorie che producevano la carne per l’esercito. Quando la famiglia si trasferì in Israele tutte le fattorie furono confiscate.
Mio nonno paterno era musicista e cabalista. Suonava il violino, ma ha smesso di farlo quando è arrivato in Israele. Aveva fatto un voto: avrebbe cessato di suonare se un giorno avesse visto Israele e Gerusalemme perché per i cabalisti vedere Gerusalemme era come per un astronauta atterrare su Marte. Israele era sia un luogo fisico che metafisico. Per i miei parenti io rappresento la realizzazione del sogno musicale di mio nonno.

Mia madre invece è nata in Israele. E’ figlia di una donna cresciuta in Germania. Suo padre, mio bisnonno, dopo aver capito quello che stava per accadere, si trasferì in Israele. Per ottenere un certificato di immigrazione per ogni membro della famiglia dovette pagare somme altissime. Tutti gli dicevano che era un pazzo, che il nazismo sarebbe stato un fenomeno passeggero. Quelli che non l’hanno seguito sono morti.
Ho un fratello di due anni più grande di me e uno minore di cinque. Entrambi vivono ancora in Israele.

Ho vissuto un’infanzia normale. Da piccolo mi piacevano molto le fiabe: adoravo leggerle e inventarle. Mi piaceva molto anche travestirmi come un indiano, trascorrevo molto tempo nei miei mondi fantastici e amavo dettare poesie a mia madre.
Il mondo della musica è entrato nella mia vita quando avevo 13 anni. È stata la chitarra a invitarmi, mi ha aperto le porte del rock, del metal, del blues, del jazz. Con la chitarra ho avuto sin dall’inizio un approccio singolare: con pochissima tecnica mi sedevo per ore a improvvisare. Preferivo l’improvvisazione allo studio.
A 14 anni sono entrato nella scuola aperta di Gerusalemme. Le scuole aperte sono state create in Germania all’inizio del ventesimo secolo e si ispirano a un modello che mette molta enfasi sui processi creativi. Lo studente non ha nessun obbligo di frequentare le lezioni, non deve dare esami.

A 15 anni è morto mio nonno paterno. In quel momento accadde qualcosa di forte. Il giorno del funerale ho percepito l’urgenza di indirizzare il mio percorso
, che era ancora molto vago, verso la musica. Un anno dopo, ho iniziato a frequentare il Jerusalem Institute of Contemporary Music (JICM), dove facevano cose molto all’avanguardia, e visitare regolarmente un luogo chiamato La Tenda, vicino al mercato di Gerusalemme, usato per esibizioni sperimentali di musica e teatro. In particolare il venerdì frequentavo la jazz session.

Poi compii 18 anni e arrivò il servizio militare.

Nonostante alcune anomalie che per un europeo potrebbero essere inconcepibili, come vedere l’esercito nelle strade e il fatto che il paese sia sempre in uno stato d’allerta,si vive in modo sereno la propria identità e anche il rapporto con i palestinesi. Ho vissuto la mia infanzia con i palestinesi con molta pace; andavo nei loro villaggi, mangiavo nei loro ristoranti. Mi ricordo molte interazioni, molti scambi. Poi l’intifada ha cambiato tutto. Cambiò anche il mio modo di guardare il mondo in modo utopistico, così come la mia vita normalissima trascorsa guardando cartoni animati giapponesi, ascoltando gli Pink Floyd, Beatles e the Doors. Ero un giovane protetto.

Ma quando arrivano i 18 anni, sei tu quello che deve proteggere gli altri. Per 3 anni.

Al compimento dei 16 anni incominciano le selezioni per affidare alle reclute incarichi che variano dai corpi speciali ai compiti amministrativi negli uffici. Quando mi hanno preso in esame dissi chiaramente che non potevo rinunciare alla musica e che ogni giorno dovevo suonare almeno un’ora: per questo motivo mi inserirono in un dipartimento strategico.
Negli anni di servizio sentivo un senso di reciprocità, un senso di fratellanza dovuto a un modo di relazionarsi tra le persone che è molto naturale.
Ciò che mi ha colpito maggiormente del tempo trascorso nell’esercito è che passi dall’essere nessuno ad avere responsabilità molto grandi e soprattutto, grazie a queste responsabilità, inizi a scoprire chi sei. Israele è un paese che crede molto nei giovani.Dover gestire diverse cose e persone mi ha dato molta confidenza, molta fiducia in me stesso.
Con questa esperienza ho potuto mettere alla prova le mie capacità. L’esercito ti insegna a sfidare i tuoi confini in modo realistico.
Il giorno dopo la conclusione del servizio militare mi sono iscritto all’Accademia di musica, la Jerusalem Music Accademy. È una scuola di alta formazione musicale, una sorta di università della musica.
Avevo 21 anni e volevo approfondire le fondamenta sonore e culturali della chitarra e, per questo, dovevo studiare la musica classica.

Studiare la musica classica sulla chitarra fu una svolta importante:mondi diversi,tecniche nuove.Fu uno sforzo disumano. Dovevo distruggere me stesso per ricostruire me stesso. Ma non ero spaventato. Ero predisposto ai cambiamenti e alle sfide. Ho iniziato a colmare il gap che avevo nei confronti di altri musicisti. Studiavo 10-12 ore al giorno. Lavoravo come un pazzo, non avevo una vita. Non avevo weekend, nessuna vacanza, lavoravo sempre.
Ero concentrato a migliorarmi e diventare sempre più bravo.

A 22- 23 anni arrivò il momento di uscire di casa: la fine del servizio coincide con l’inizio di una vita indipendente. Per mantenermi ho lavorato nella biblioteca nazionale nel dipartimento di musica dove c’era una collezione incredibile di tutte le registrazioni di tradizioni musicali del mondo. Lì ho incominciato a conoscere la musica tradizionale marocchina, quella copta, i canti liturgici delle chiese siriane.
Con due amici formai un trio per chitarra, mandolino e clavicembalo che faceva musica contemporanea:Three Plugged Strings. Andavamo in giro a suonare, facevamo concerti, suonavamo in radio. Le cose andavano bene.

Poi successe una cosa inevitabile
:il clavicembalista andò a Basilea mentre il mandolinista si trasferì in Italia. Ci frequentavamo a distanza. Nel frattempo io mi ero laureato e insegnavo. Avevo 30 allievi a settimana, non avevo tempo per studiare e il trio non riusciva a incontrarsi con regolarità. Sentivo che il mio sogno di essere e diventare un musicista professionista mi stava sfuggendo di mano. Avevo tralasciato la sperimentazione e mi ero dedicato molto alla musica classica. Non ero più sicuro di niente: ero arrivato al momento di massima confusione. Avevo 25 anni.

Ero talmente confuso che non sapevo più cos’era la musica, cos’era la melodia. La saturazione era talmente forte che non capivo più niente e non avevo più certezze. Non sapevo cosa stavo facendo. Ma qualcosa accadde. Con il trio facemmo la nostra prima tournée in Europa: un concerto a Basilea e tre concerti in Italia. Era il 2003, in primavera. In Italia, però, due dei tre concerti furono annullati e così mi trovai con una settimana libera a disposizione. Cosa fare in una settimana? Andai a Firenze, feci un salto a Roma e Venezia. Ma soprattutto cercai un grande maestro di chitarra classica. Lo trovai. Lui era Angelo Gilardino, il maestro dei maestri.

Il Maestro Angelo Gilardino

Il Maestro Angelo Gilardino

Una figura leggendaria nel mondo della chitarra classica. Lo chiamai: l’avrei incontrato e avrei suonato davanti a lui senza essere condizionato e avrei accettato il suo giudizio. Pensai:se mi dice che non sono portato per la musica smetto tutto; se mi dice qualcosa di valore metto la mia vita al servizio della musica. Andai a trovarlo ad Alessandria dove teneva una masterclass con 5-6 solisti scelti molto attentamente. Arrivai ad Alessandria pieno di paura. Mi presentai, dissi che venivo da Gerusalemme, che suonavo la chitarra. Mi trovavo in una sala piena di giovani musicisti. Lui si era dimostrato simpatico, sorridente, gentile e disponibile. Scherzava con le persone, era esattamente l’opposto di quello che io immaginavo. Ma quando parlava tutti l’ascoltavano con grandissima attenzione. Si girò verso di me e mi chiese cosa mi aspettassi. Gli raccontai delle mie esperienze e gli confidai le mie paure, di non sapere niente, di voler ricominciare da zero, di non sentirmi più musicista.

Lui aveva ascoltato i giovani musicisti per sette ore. Erano dei giovani prodigi bravissimi. Suonavano in modo perfetto. Poi arrivò il mio turno. Chiesi al maestro se potevo suonare un’invocazione danza. Capii che non potevo impressionarlo e questo mi fece sentire libero. Qualcosa dentro di me si era sbloccato; suonavo come se fosse l’ultima volta. Arrivai all’ultima nota, poi ci furono 15 secondi di silenzio. Lui era immobile, non capivo cosa stesse pensando. Stava in silenzio e mi guardava. Poi mi disse “bene” e passarono altri 10 secondi di silenzio. Notai che era pensieroso. Poi mi disse senza mezzi termini che ero un artista, aggiungendo che possedevo le basi tecniche e la consapevolezza della musica.
«Tu dici che non capisci la musica ma quello che c’è da capire lo sai già. Secondo me non hai bisogno di un maestro. Tu hai bisogno di un amico che cammini al tuo fianco,che ti dica quando sbagli strada,che possa consigliarti su come facilitare una cosa piuttosto che l’altra. Io penso di poter essere questo amico.
Lasciare il tuo paese natale è una scelta seria per questo ti invito alla masterclass che tengo in Val D’Aosta, così potrai trascorrere un paio di settimane con me e, se senti che quello che ho da darti ti può servire, sarai il benvenuto nella classe di solisti di Vercelli. E non hai bisogno di esami per farne parte».
Poi mi parlò di Gerusalemme che non aveva mai visto.

Tutti quegli anni passati a cercare di capire come poter diventare un artista e lui mi dice che lo sono già. Mi aveva liberato. Al mio ritorno in albergo il mio amico mandolinista non poteva crederci. Quando atterrai in Israele alle 3 del mattino mia madre venne a prendermi all’aeroporto e a un certo punto, tra Tel Aviv e Gerusalemme, le dissi che sarei andato a vivere in Italia. Mi ricordo il viaggio che ho fatto con mio padre quando mi ha portato all’aeroporto con la classica valigia da emigrato da 50 kg. Era settembre del 2003. Mio padre mi disse: «Guarda che questo viaggio è a senso unico; anche se tornerai sarai diverso».

Abitavo a Biella e studiavo a Vercelli. All’inizio non parlavo una parola di italiano. Studiavo 10,12, 14 ore al giorno e facevo l’eremita. Il maestro Gilardino mi diede un brano inedito del più importante artista egiziano, Halim El-Dabh.

Halim El-Dabh

Halim El-Dabh

Questi aveva scritto un pezzo per Andrea Segovia che però non era mai stato suonato. Gilardino creò un dialogo tra me e Halim; oltre al rapporto professionale si è sviluppata anche una bellissima amicizia. Halim mi ha scritto un brano che ho eseguito a Pechino.
Il maestro Gilardino mi metteva sempre alla prova, mi chiedeva di mettermi in gioco con nuove sfide. Mi spingeva ad esplorare la mia creatività. Ho smesso così di essere un esecutore: nel 2007 ho fatto l’ultimo concerto come esecutore di musica classica al Toronto Art Center. Volevo dedicarmi solo alle mie creazioni.

Io sono molto determinato, ma ammetto di dovermi confrontare con un sistema che cambia in continuazione qui in Italia. Se tu fai un progetto oggi per l’anno prossimo molto probabilmente non si farà perché nel frattempo cambieranno l’assessore e il sovrintendente. L’Italia è il luogo dei miracoli inaspettati, ma anche delle grandi delusioni.  L’Italia è un paese creativo che offre tanto ma non ti permette di innamorarti completamente. Appena incominci ad amarla ricevi qualche schiaffo.

Nel gennaio 2013 ho scritto la mia prima sinfonia: Otot, “segnali” in ebraico, sinfonia multimediale in 3D.
L’opera raccoglie le interpretazioni che la gente assegna a segni e segnali. Ho eseguito la sinfonia al teatro sociale di Como e l’ho dedicata ad Angelo. Lui non poté esserci per cui andai a Vercelli e gli portai la partitura e la registrazione su CD.



Oggi sono più compositore che chitarrista e assegno spesso nomi ebraici alle mie opere.
E oggi per me esistono due Israele: da una parte è un luogo fisico, è la mia patria. Dall’altra c’è la seconda Israele, ovvero il paese in lotta continua tra due giganti, quello della speranza è quella della disperazione. E’ un luogo che mi rende fiero e che mi fa sentire umiliato, che mi rende triste e felice in continuazione. È un luogo che per me rappresenta un vettore, un posto che, per raggiungerlo, più avanzi e più il suo orizzonte si allontana.

 

 

Martino Pillitteri
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