Il miope destino ci aveva visto giusto

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Malindu
Cognome
Perera
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Se fosse dipeso da me o dalla mia famiglia, non avrei lasciato lo Sri Lanka. Conducevo una vita agiata, spensierata, con buone prospettive per il futuro. Non mi mancava nulla. Avevo solo un piccolo problema: soffrivo di una forte miopia. La retina era fragile dalla nascita. Ero in cura dai migliori oculisti, tuttavia, per fare un’operazione conosciuta come Fotocoagulazione al laser, il sistema sanitario locale non era abbastanza all’avanguardia. Era meglio sottoporsi all’operazione presso un ospedale all’estero.
Mio padre, che era direttore acquisti dell’albergo della catena Hilton, iniziò a chiamare parenti, amici, colleghi in giro per il mondo. Tra i parenti che avevano in Italia, una zia incominciò a seguire il caso. Trovò un oculista che lavorava all’Ospedale San Raffaele di Milano, e da lui ci rivolgemmo. Anzi, volammo da lui. Il piano era semplice: prendevamo un visto di tre mesi, andavamo a Milano, facevamo l’operazione e poi saremmo tornati in Sri Lanka. Facile no? Sarebbe sta una questione di qualche settimana.

Il giorno della partenza, il 10 aprile del 2000, indossavo una giacca e pantaloni marroni. La camicia era bianca. Volammo con la Sriankan Airlanes fino a Francoforte; dalla Germania a Linate con Lufthansa. Avevamo portato solo il minimo indispensabile e qualche regalo. Non abbiamo avvisato tutti gli amici che avevamo in Italia. Volevamo fare una sorpresa. Ma la sorpresa ce l’ ha riservata il destino. I medici, dopo aver esaminato il caso, ci danno un out -out: mi prospettano di operarmi ma a una condizione: mi sarei dovuto sottoporre a un controllo periodico presso l’ospedale per i prossimi 2 anni. Mi dissero che se non firmavo nero su bianco questo impegno non mi avrebbero operato.
Puoi immaginare la reazione dei miei genitori? non si aspettavano questa situazione, erano stati presi alla sprovvista. Era chiaro che il piano “si torna a casa dopo al massimo tre settimane” era acqua passata. Non ci rimaneva altro che rimanere in Italia.

La nostra vita era stata completamente rivoluzionata.
I miei genitori avrebbero potuto affidarmi a mia zia e sarebbero venuti a trovarmi un paio di volte all’anno. Invece no. Non avrebbero lasciato un ragazzino di 11 anni senza genitori in un paese straniero. Per starmi vicino sacrificarono il loro lavoro, la loro sicurezza economica e si rimisero in gioco in un paese di cui non conoscevano la lingua e dove a una certa età non è facile sviluppare le reti relazionali.
Mio padre non si scoraggiò e si mise alla ricerca di un lavoro. Trovò un impiego nel giro di poche settimane come Premises Manager presso una scuola internazionale di Milano. Furono molto aperti e generosi con noi. Gli spiegò il nostro caso e loro ci presero molto in simpatia. Io fui trattato benissimo, tante persone si presero cura di me. Non potevo e non potevamo chiedere di più. Hai presente quando credi di ricevere più di quello che dai? Ecco, quello era il mio stato d’animo.
Poi c’era il fattore I like, che non ha nulla a che fare con Facebook. L’Europa mi piaceva tantissimo. Quando sono arrivato in Italia, il 10 aprile del 2000, mi sono sentito subito a casa, a mio agio. Non ho patito il cultural shock.

Dopo qualche settimana di adattamento inizia la vita di un ragazzino srilankese a Milano. Mi iscrivo a scuola, in prima media. Qui inizia il bello. Ora, io inizio la prima media il 2 maggio senza sapere l’italiano quando i miei compagni di classe stavano per concludere l’anno. Mancava praticamente un mese prima delle vacanze estive.
Il primo giorno di scuola fu fantastico. Feci una presentazione in inglese sullo Sri Lanka alla classe. Nessuno capì una cippa ma io fui soddisfatto del mio livello di engagement. La classe non mi capiva, però mi seguiva.

D’estate mi dedicai a un full immersion per rimparare l’italiano presso le scuole del comune di Milano. A settembre sono tornato a scuola sapendo l’italiano ma ripartendo dalla prima media, che in teoria avevo finito frequentando però solo il mese di maggio.
Mi ero fatto anche il giro di amici. Erano tutti italiani. A casa mantenevo saldo il contatto con le radici.

Poi vado al liceo in un istituto tecnico linguistico. Non andavo benissimo ma a 16 anni già leggevo Il Sole24 ore, anche un po’ per darmi un’area da intellettuale che non ero. Non avevo una passione particolare o sogni del cassetto. Mi sarebbe piaciuto diventare pilota d’aereo.

A 18 anni inizio a lavorare in un albergo. L’anno prima, in quarta liceo, avevo fatto uno stage che mi aveva aperto le porte in quella struttura. Lo stage fu utile per creare i contatti che mi sarebbero serviti l’anno seguente. Ero l’unico della mia classe, e credo in tutta la scuola, che studiava e contemporaneamente lavorava. Il giorno della maturità chiesi alla commissione (testuali parole) di darsi una mossa nel farmi fare lorale perché se aspettavo un’ora in più sarei arrivato in ritardo al lavoro. Mi aspettava il turno delle 15. Erano le 14 e la ragazza davanti a me stava ancora parlando di letteratura inglese alla commissione. Per la cronaca: faccio l’orale ma arrivo in ritardo al lavoro.

Dopo il liceo mi iscrivo all’università, in scienze del turismo all’università Bicocca di Milano. Lavoravo e studiavo. Il direttore mi diede la flessibilità di cui avevo bisogno per frequentare le lezioni la mattina, studiare il pomeriggio ed essere in hotel a lavorare la sera. Lui non era come i membri della commissione dell’esame di maturità che non avevano mai visto uno studente che lavorava e studiava.

Un giorno incontro uno scrittore che aveva deciso buttarsi in politica.
Mi propone di seguire i Social per la sua campana elettorale alle europee del 2008. Lui viene eletto e io torno a lavorare in albergo. La parentesi fu bella e appagante.
Poche settimane dopo vengo lasciato a casa. La crisi incominciava a mordere l’industria del turismo. Vengo però a sapere che il politico di cui avevo seguito la campagna elettorale era in cerca di un assistente. Lo sento, mi faccio avanti, gli dico che sono disponibile.
Inizio a collaborare con lui come assistente personale al parlamento europeo. Mollo gli studi (avevo finito il primo anno) e mi dedico a questa lavoro con lui per due anni. Lo stipendio era alto, ma le spese di viaggio erano esagerate. Dopo due anni smetto.

Inizio a pensare al futuro, a oriente, alle mie radici. Lo Sri Lanka era uscito dalla guerra ed era entrato in una fase di crescita economica. Mio padre decide di aprire una società di import-export con lo Sri Lanka per esportare prodotti alimentari Made in Italy e commercializzarli in Sri Lanka. Nessuno in Italia aveva scommesso sulle possibilità di crescita del paese. Nel frattempo mi riprendo anche il mio lavoro all’Hotel. Insomma ero incasinato, avevo due lavori.

Mi sono fatto anche un master aziendale a Roma per sei mesi in Hospitality Management. Strada facendo, nel 2013, ho anche, insieme ad amici, dato vita a Lotus Club, l’associazione delle seconde generazioni srilankesi.
Quando incominci a conoscere dei giovani srilankesi che parlano l’italiano come te, ti viene il desiderio di unire le forze per recuperare e valorizzare le nostre radici. Ma anche fare qualcosa di più, un evento che lasci il segno, che entri nella storia, come l’organizzazione del primo concorso Miss Sri Lanka Italy, di cui il Lotus è stato ideatore ed organizzatore nel dicembre del 2013.

Un evento storico per la comunità srilankese in Italia. Un evento che ha messo in rete competenze, passioni, visioni, che ha richiamato sponsor e media, a che ha reso molti genitori orgogliosi dei loro figli.

Grazie al Lotus Club ho avuto la grande opportunità di conoscere alcuni personaggi molto interessanti facenti parte della categoria di “imprenditori e professionisti srilankesi di seconda generazione in Italia”, molti con alcune spiccate potenzialità di eccellere nel proprio mondo del lavoro ed altri molto ben affermati nel proprio settore.

Questo è il motivo che mi ha dato la spinta per trasferirmi in Sri Lanka nel giugno 2014. Ben quattordici anni dopo “ritorno in patria” a promuovere la mia “patria adottiva”, dirigendo l’avviamento e lo sviluppo del progetto in Sri Lanka della catena di ristoranti italiani SOHO (per la cronaca: catena ideata da Damian Ranasinghe, un imprenditore di origine srilankese cresciuto in Italia).

Ed eccomi qui, improvvisamente catapultato su una delle coste più spettacolari che affaccia sull’oceano indiano con il primo progetto del gruppo SOHO in Sri Lanka: Eatalian Restaurant & Food Store.

Martino Pillitteri
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