Educazione militare e vendita di automobili, niente roba da femminucce per Zonia

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Zonia
Cognome
Urquizo
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

La mia storia italiana inizia come tante altre: sono partita dal Perù alla volta dell’Italia nel 1998 e sono arrivata da clandestina, regolando la mia condizione con la legge Turco-Napolitano del 1999. Come tutti ho iniziato dai lavori più umili, ma con tanti sacrifici sono riuscita a cambiare la mia condizione e oggi ho una concessionaria di automobili con due negozi a Milano e Segrate.

In realtà non volevo lasciare il mio paese, avevo molte remore. Una carissima amica, che già viveva in Italia dal 1991, mi raccontava la verità su com’era la vita degli immigrati e non mi nascondeva le enormi difficoltà e persino le umiliazioni che a volte subivano, mentre la maggior parte degli immigrati si ostina spesso a mentire e racconta che è tutto rosa e fiori. In ogni caso io avrei preferito restare in Perù, perché là avevo un mio progetto da portare avanti – una scuola privata – e mi faceva paura l’idea di andare dall’altra parte del mondo, di subire umiliazioni e di essere sola. Le lettere della mia amica spesso mi facevano piangere e quindi ho cercato in tutti i modi di resistere in Perù.

Prima di prendere la dolorosa decisione di partire, avevo lavorato per due anni per il Ministero dell’Educazione nel campo della formazione Premilitare, come istruttrice, perché anch’io avevo fatto la scuola militare nell’esercito del Perù come paracadutista nelle forze speciali.
Quando ero ragazzina, il servizio militare femminile non era previsto, ma all’epoca il governo aveva promosso una sperimentazione per le donne e io mi ero offerta volontaria, entrando nel primo reggimento femminile dei corpi speciali paracadutisti dell’esercito peruviano. Fin da piccola sono sempre stata affascinata dalla vita militare grazie all’influenza di mio padre, che era un ufficiale dell’esercito Peruviano in pensione e ci raccontava tante storie avvincenti.

Negli anni della mia infanzia la mia famiglia abitava in campagna, “nella selva”, e in casa non avevamo la televisione, così l’unico intrattenimento, oltre alla radio, erano le storie di mio padre sulla vita militare. Di sera, dopo cena, ci radunavamo tutti, figli e peones, intorno alla tavola e ascoltavamo i suoi racconti. È stato naturale per me presentarmi alle selezioni per entrare nell’esercito a 18 anni, quando è uscita questa legge.
Fisicamente e psicologicamente la scuola era molto dura, ma per me era una strada verso l’emancipazione dalla mentalità un po’ antica che avevamo in famiglia, secondo la quale le ragazze dovevano essere al servizio degli uomini, non solo il padre ma anche i fratelli (e io ero la sesta di otto figli). Già a 14 anni, dopo che ci eravamo trasferiti di nuovo a Lima, mi ero ribellata ed ero andata a lavorare per essere indipendente dal punto di vista economico e provvedere alle mie necessità personali.

Per un anno e mezzo sono stata nell’esercito: studiavo, facevo il servizio militare e nel frattempo lavoravo. Lo ricordo come un periodo molto duro, ma consideravo quei sacrifici come una via per la mia emancipazione e continuavo a ripetermi che mai sarei stata dipendente da qualcuno.
Completato il mio percorso nell’esercito, ho lavorato due anni per il Ministero dell’educazione, perché le scuole medie erano state affidate alla formazione premilitare. In quanto istruttrice dovevo farmi rispettare dagli studenti, anche se loro a volte erano più grandi di me, che avevo solo 19 anni. Poi è cambiato il governo e la formazione militare è stata abolita.

Restando senza lavoro, avevo deciso di portare avanti un mio progetto. La mia famiglia aveva un immobile inutilizzato che mi sembrava perfetto da trasformare in una scuola privata. L’avevo rimesso tutto a posto e avevo trovato dei collaboratori per aiutarmi. La scuola era piccola, ma gli alunni aumentavano di anno in anno.
Così ho portato avanti la scuola fino al 1996, quando le circostanze mi hanno obbligata a decidere con molta sofferenza di partire. Per trovare i soldi del biglietto, ho dovuto ipotecare la casa di mia madre, altrimenti non sarei riuscita a pagare i documenti per entrare in Italia come clandestina.
Dopo un lungo viaggio aereo dal Perù a Vienna, passando per il Brasile, e uno spostamento in treno da Vienna a Venezia e poi a Milano, ho ricominciato da capo in questa città. Ero venuta in Italia da sola e a Milano mi aveva accolta una lontana parente, aiutandomi a trovare un posto letto.

Ricordo che ero molto triste, mi sentivo sola e non mi piaceva condividere la stanza da letto con persone sconosciute. Come se non bastasse, non potevamo nemmeno accendere la luce o usare l’acqua calda, altrimenti avremmo pagato di più. Per fortuna, dopo un mese e mezzo avevo finalmente trovato un lavoro e avevo potuto lasciare quella spiacevole situazione.
Facevo le pulizie e mi prendevo cura di tre bambini presso una famiglia. Lo stipendio era basso, ma ero consapevole di non poter pretendere molto di più perché non conoscevo la lingua ed ero ancora spaesata. Purtroppo in quel periodo mi sono anche ammalata, perché si è aggravata una brutta colecisti renale che mi trascinavo già da tempo. Avevo febbre altissima e dolori insopportabili, in ospedale volevano operarmi, ma io mi opponevo in tutti i modi, perché la lunga convalescenza mi avrebbe fatto perdere il lavoro. Per fortuna sono riuscita a eliminare i calcoli con una terapia di antibiotici: sembrava un miracolo!

Una volta guarita, ho trovato un altro lavoro presso una coppia di anziani signori e sono rimasta da loro per tre anni. Avevo solo due ore libere al giorno e ne approfittavo per vedermi con le mie sorelle, che nel frattempo si erano anche loro trasferite in Italia.
In quel periodo ero diventata una specie di punto di riferimento per amici e conoscenti che arrivavano dal Sudamerica e avevano bisogno di aiuto per sbrigare le pratiche burocratiche o anche semplici faccende quotidiane, perché ormai io sapevo bene come funzionavano le cose ed ero molto brava a risolvere certi problemi. Nel frattempo avevo seguito anche un corso sul diritto del lavoro per le colf e le collaboratrici domestiche, imparando a fare conteggi e a comprendere la legislazione in materia, perché avevo la necessità di istruirmi in questo campo ma anche di far funzionare il cervello, sennò mi sembrava di restare immobile.

Dopo soli due anni insieme al mio compagno ho creato un ufficio di consulenza per stranieri, proprio per occuparmi di pratiche burocratiche, di documentazione ecc
. Spesso la lingua è un ostacolo molto grande e potersi appoggiare a qualcuno che ha già esperienza diventa importante per uno straniero. Anche solo chiedere e ottenere il permesso di soggiorno è un’impresa impossibile! Io accompagnavo le persone in questura e sapevo tenere testa a poliziotti, ufficiali e impiegati.
Molti mi chiedevano aiuto anche per rivolgersi alle banche, acquistare un’automobile e fare tutti i documenti necessari, così ho conosciuto quello che allora era il proprietario di questo negozio in via Casoretto e abbiamo cominciato a collaborare. Quando mi ha detto che stava vendendo il suo esercizio commerciale e mi ha proposto di rilevarlo insieme al mio compagno, ho subito pensato che non avevo abbastanza soldi. È stato il mio compagno a convincermi e a farmi forza, così abbiamo trovato una soluzione e ci siamo accordati. Era il 2003, molto prima della crisi, e le cose andavano bene.

Dopo il 2008 ovviamente la crisi ha colpito anche noi e oggi è molto difficile andare avanti, ma noi siamo abituati a lottare e troviamo ogni giorno nuove forze che non immaginavamo di avere; devo anche ringraziare le mie sorelle che mi hanno confortata e supportata nei momenti difficili come una colonna che sostiene una casa. Sentiamo anche la responsabilità delle persone che lavorano per noi e quindi stringiamo i denti e continuiamo. In questi anni i problemi sono stati davvero tanti: essere accettata da donna e straniera come venditrice di macchine è stato molto difficile. Quasi tutti entrano e chiedono del “venditore”, dando per scontato che debba essere un uomo. Anche l’impatto con i fornitori è stato complicato: da donna e straniera non ti prendono nemmeno in considerazione oppure pensano di poterti trattare male. Ci sono stati anche episodi spiacevoli, ma ho imparato a farmi rispettare. Sicuramente nessuno cerca di comportarsi allo stesso modo con il mio compagno, che è uomo e italiano.

Comunque, ho avuto anche qualche soddisfazione, per esempio nel 2012 sono stata invitata al Congresso del Perù e premiata nell’ambito di una cerimonia che si chiama Orgoglio Peruviano ed è dedicata ai peruviani che hanno avuto successo all’estero.
A volte mi dicono: “Sonia, sei una tosta”, ma io rispondo che mi ci hanno fatto diventare!

Claudia Galal
Informazioni su

Metà italiana e metà egiziana, nasce a Urbino nel 1981 e cresce nel posto più tranquillo del mondo, l'entroterra marchigiano. Nel 2000 si trasferisce a Bologna, dove si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi socio-semiotica sulla street art. Alla fine del percorso di studi si sposta a Milano e comincia a lavorare nel campo dell'editoria e della comunicazione. Giornalista musicale, frequentatrice assidua di concerti, appassionata di arte contemporanea, subculture giovanili e semiotica, scrive per diverse testate cartacee e online. Il suo blog è thegreatmixtape (music and more to take with you)

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