Un armeno a Venezia,la storia di Baykar

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Baykar
Cognome
Sivazliyan
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

E’ da 37 anni che insegno a Milano ma ogni sera sento il bisogno di tornare a Venezia, dove vivo da quando sono arrivato in Italia nel 1966. Mi chiamo Baykar Sivazliyan e sono nato a Istanbul nel 1953. Vengo dalla Turchia, ho la cittadinanza italiana, ma la mia identità è armena. I miei genitori emigrarono a Istanbul, dopo il Genocidio che aveva quasi completamente sterminato il nostro popolo durante gli anni della Prima Guerra Mondiale. I miei nonni paterni era originari di Sivas nell’Anatolia centrale mentre quelli materni da Erzurum nella parte orientale della Turchia. Arrivarono nella capitale negli anni Venti e si trovarono nella condizione di essere emigranti nella loro stessa terra.

I trattati dopo la fine della prima guerra Mondiale garantivano alcuni diritti agli armeni, come per esempio scuole in cui insegnare la nostra lingua, ma la situazione non era facile. Quando avevo sette anni, nel 1960, un golpe militare mise fine a un periodo di democrazia e anche per le minoranze si fece dura. Non erano pochi quelli che decidevano di emigrare verso Francia o Stati Uniti, soprattutto quelli che non avevano più legami affettivi in Turchia, spesso se ne andavano lasciando molti dei propri beni. Ma i miei non se la sentivano, già erano scappati dalla loro città natale, però vollero mandare me a studiare fuori, in Italia. Perchè qui? Dopo il Genocidio molti orfani e sopravvissuti erano arrivati soprattutto nella zona del Nord-Est, avevano imparato un mestiere, avevano studiato e avevano formato una comunità forte e radicata. Così nel settembre 1966, a 13 anni, mi imbarcai su una nave, la Truva, come la città mitologica e da Istanbul sbarcai a Brindisi. Da lì in barca fino a Venezia, dove sull’ isola di San Lazzaro dove si trova la sede della Congregazione e in Città, il Collegio armeno, con sede nel palazzo di Ca Zenobio e gestito sempre dai Padri Mechitaristi, un’istituzione fondata nel 1836 e la cui comunità di studenti e insegnanti erano profondamente radicate a Venezia. E proprio per questo il mio ambientamento fu relativamente più facile, a parte il tempo, le piogge che portarono a un periodo di acqua alta record nel 1966 di cui mi lamentai diffusamente con mia madre in una lettera.

Seguivamo quello che era un percorso ben rodato, fatto di studio (avevamo un programma di un liceo scientifico italiano e di un liceo classico armeno) e disciplina. Eravamo riconoscibili (portavamo un’uniforme) e riconosciuti dalla comunità cittadina dei veneziani. Probabilmente per questa ragione mi sono sentito accolto da subito. Non ci ho impiegato molto a imparare la lingua (i monaci d’estate ci mandavano in collina ad Asolo durante le vacanze per esercitarci) avevo molti amici italiani, con cui stavamo fuori dalla scuola e con cui spesso andavamo a giocare a calcio (e a rompere qualche vetro di cui i siori veneziani incolpavano i “moretti”) al campo di Santa Margherita. Noi non venivamo percepiti come diversi, anche perché eravamo cristiani come i veneziani e neanche dal punto di vista esteriore ci distinguevamo dagli altri. E questa cosa mi faceva sorridere. Mi faceva un po’ strano che i veneziani considerassero alcuni italiani che venivano da altre città meno “italiani” di me. E mi sembrava altrettanto bizzarro che io, da studente straniero, conoscessi la storia italiana meglio degli abitanti stessi.

Gli anni al Collegio Cà Zenobio mi sono rimasti impressi, anche perchè sono stati fondamentali per la strada che ho scelto dopo. Nei sei anni di studio tra medie e liceo ho coltivato grazie ai monaci armeni, molti dei quali sopravvissuti al Genocidio, la conoscenza della cultura e della storia. Persone come padre Serafino, direttore del collegio Cà Zenobio che faceva ricordare quegli anni terribili per il nostro popolo, ma senza drammatizzare eccessivamente quei momenti difficili. Ma ho anche un ricordo carissimo dei docenti italiani, come il professor Sartor a cui per anni ho inviato i libri che pubblicavo e che ogni volta mi rispondeva con lettere piene di elogi ma mi faceva notare, con tanto di capitolo e pagina se c’era qualcosa che linguisticamente non lo convinceva. Dopo il collegio mi sono iscritto sempre a Venezia all’Università Ca’ Foscari dove mi sono laureato, città dove ho anche fatto il servizio militare, nel reparto dei Lagunari. Un reparto “scelto” e con marce molto dure, ma che per me “addestrato” dalla disciplina del collegio armeno fatta di ginnastica all’aperto per tre volte alla settimana mi sembrava quasi una passeggiata (“quanti ragazzi di Chioggia ho visto piangere alle manovre”).

Dopo la laurea in Lingue e letterature orientali sono ritornato come insegnante nel Liceo armeno dove avevo studiato e poi quasi 40 anni fa ho cominciato a insegnare all’Università degli Studi di Milano, senza mai spostarmi da Venezia. Una cattedra quella della Statale che praticamente non ho mai abbandonato e che dal 1998 ho anche affiancato l’insegnamento a Lecce, all’Università del Salento. E non una cattedra in armenistica, ma in turcologia, due discipline che inspiegabilmente sono accorpate nelle cattedre universitarie italiane. Una circostanza che forse ha fatto propendere i miei amici armeni d’Italia a eleggermi presidente dell’Unione Armeni d’Italia, carica che ricopro ancora adesso. Un rapporto con i miei connazionali e con Istanbul che non si è mai rotto.
Nella città dove sono nato torno meno frequentemente che in passato, quando i miei genitori era ancora vivi, ma vado a trovare mia sorella che ha sempre vissuto in Turchia con la sua famiglia.

In questi quasi 50 anni ho visto cambiare l’Italia. Ho visto un paese crescere in maniera molto disordinata e ho visto cambiare la percezione dello straniero, anche in situazioni in cui era comunemente accettato. Ho sentito persone che 40 anni fa avevano accolto me e i miei compagni con calore, parlare di essere “siori a casa propria”. Più che razzismo a mio parere è mancanza di sicurezza.

Come sarebbe stata la mia vita se nel 1966 non fossi venuto in Italia? Sarei uno dei 100mila armeni di Turchia e vivrei in un paese in cui non potrei parlare come faccio qui del genocidio del popolo armeno, schiacciato più dalla legge che dai cittadini turchi che si sono dimostrati anche in queste settimane, dopo le parole di Papa Francesco, più “avanti” dei politici sulla “questione armena”.

Roberto Brambilla
Informazioni su

Classe 1984, milanese di nascita ma cuore granata. Dopo la laurea in lingue, ho scoperto il giornalismo. Sono arrivato a scrivere di sport quasi per caso. E non ho più smesso

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