Il Marocco sono le mie radici, l’Italia la mia libertà

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Leyla
Cognome
Elamraoui
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Nel raccontare la mia storia devo partire da molto lontano, da quando mio papà è arrivato qui come immigrato nel ‘85. Dopo aver vissuto per ben 10 anni da solo, è stato lui a decidere che non voleva più stare senza la sua famiglia e a chiedere a mia madre di raggiungerlo dal Marocco. Noi eravamo, e siamo, cinque fratelli (due maschi e tre femmine) e inizialmente mio padre volle fare venire in Italia con mia madre solo i miei fratelli maschi, per garantirgli un futuro lavorativo forse…o forse perché comunque la sua idea per le figlie femmine era comunque quella di farle sposare e fargli principalmente formare una famiglia.
Una che mio padre è riuscito a portare qui mia madre e i miei fratelli, mia mamma dopo un anno si è messa a piangere perché io e le mie sorelle le mancavamo troppo, e ha convinto mio padre a far arrivare anche noi tre qui. Così, dopo un anno di lontananza vissuto dai miei genitori, sono arrivata in Italia insieme alle mie sorelle, una più grande di me l’altra invece più piccolina.

Io all’epoca avevo sette anni, era il 1996
. Mio padre e mia madre si erano stabiliti a Milano e quindi noi li abbiamo raggiunti lì dove vivo tuttora. Di quel mio primo viaggio ricordo che è stato un viaggio normale, per quanto potesse esserlo per una bambina che per la prima volta in vita sua metteva piede su una nave. Ero partita da Tangeri e dopo tre giorni di navigazione mi ero ritrovata a Genova, su quell’enorme barca che mi stava riportando da mia madre per era tutto nuovo, tutto visto per la prima volta ma soprattutto, oltre allo stupore, ricordo di essermi sentita sollevata. Mi sentivo sollevata perché stavo lasciandomi alle spalle un anno che per me era stato molto brutto. Avevamo vissuto con mio zio, che aveva altre cinque figlie alle cui esigenze io e le mie sorelle ci siamo dovute adattare…un po’ come in un’adozione dove sentivo forte la mancanza della mia mamma perché comunque ero molto piccola per poter capire bene tutto quanto succedeva.

Appena arrivata qui in Italia era fine agosto, metà agosto forse…i primi giorni c’era mio fratello a farmi da guida turistica. Andavo in piazza a Milano, andavo all’oratorio, ho conosciuto gli amici di mio fratello, le persone che lui frequentava e ho cominciato ad ambientarmi. La prima parola che ho imparato, siccome non sapevo dire assolutamente niente, è stata “Ciao” per rispondere a tutte le persone che mi salutavano non appena mi vedevano e per non restare totalmente in silenzio e imbambolata. A settembre è cominciata poi la scuola. Nonostante io avessi già fatto in Marocco la prima e la seconda elementare, arrivata qui sono stata messa nuovamente in seconda elementare per colmare le mancanze linguistiche che, evidentemente, avevo. La scuola è stata per me la vera scoperta in Italia! Per è stato scoprire un mondo totalmente nuovo…diverso…

Leyla

In Marocco il sistema educativo a scuola era molto più rigido, c’era il rispetto dell’adulto in generale e dell’insegnante in particolare…qui mi capitava invece di vedere e sentire che i bambini rispondevano magari anche male all’insegnante e io restavo basita perché per me era un mondo tutto strano! Piano comunque ho cominciato ad inserirmi in questo strano mondo, tanto che già dopo le prime vacanze di Natale io riuscivo tranquillamente a comunicare con tutti con una certa facilità.
In questo percorso mi hanno aiutato molto le persone che ho incontrato nel mio ingresso a scuola, le insegnanti sicuramente ma soprattutto i miei compagni di classe che mi hanno accolta con grandissimo entusiasmo. Per il primo anno, che sono arrivata qui non ho mai avvertito nessuna differenza tra me e le altre bambine, già dal secondo ho però poi cominciato a notare qualcosa che non era esattamente uguale. Dalle mie costatazioni di bambina, vedevo che per esempio io la domenica aiutavo mia mamma con le faccende di casa mentre le altre bambine no…o ancora che le altre bambine avevano tantissimi giochi mentre io quelle cose lì non potevo averle e non le avevo.

Una delle cose che ricordo mi faceva più soffrire all’epoca, era il fatto che loro festeggiassero il Natale, con tutta la preparazione che c’era dietro, mentre io non potevo e quindi ci rimanevo male. Io son cresciuta all’oratorio e questo può sembrare strano ma soltanto se non si pensa che lì praticamente era il luogo in cui andavano tutti i bambini e che, soprattutto, io ci andavo consapevole già di quel che potevo e che non potevo fare.
Piano piano quindi, sono cominciati un po’ di problemi tra me e la mia famiglia…problemi che si sono acutizzati con l’arrivo dell’adolescenza quando la differenza tra me e le mie coetanee non riguardava più i giochi, ma le uscite insieme anche solo per andare a mangiare una pizza o un gelato o il poter indossare una gonna un po’ più corta. Durante questo periodo sentivo di volermi inserire al 100% nel contesto dove stavo vivendo e con le persone con cui dividevo le mie giornate, ma dall’altra parte avevo un blocco che me lo impediva per questioni di “cultura”. La mia “salvezza” fu in quel momento quella che poi diventerà la mia grande passione: lo sport.

La mia passione per lo sport è nata in prima media, grazie al mio prof. di educazione fisica che, vedendomi bravina nel fare i giochi della gioventù senza nessun allenamento particolare, mi propose di cominciare ad allenarmi con gli altri bambini per partecipare alle gare. Non tanto entusiasta di questa proposta, soprattutto perché non sapevo minimamente di cosa si sarebbe trattato, dissi al prof. che gli avrei fatto sapere ma mi tenni sul vago. Dopo due settimane, un pomeriggio il prof. si presentò a casa mia. Quando mia madre mi disse che al citofono c’era un mio insegnante, credo di essere quasi morta di paura perché non riuscivo ad immaginare cosa avevo mai potuto combinare per spingere un professore a venire fino a casa! Invece no…appena entrato il prof. chiese subito a mio padre di mandarmi a fare atletica perché ero brava, e così fu: dal giorno dopo ho cominciato i miei allenamenti e non li ho più lasciati.

Nonostante io fossi una bimba molto chiusa e che non amava parlare con nessuno della situazione di disagio che viveva, l’essere venuta a vivere in Italia e l’aver scoperto questa passione per lo sport credo mi abbia dato la forza per mostrarmi strafottente di fronte a questa situazione che vivevo e per fare delle scelte che poi la vita me l’hanno cambiata per davvero.
A diciott’anni infatti, continuando ad allenarmi sempre più a livello agonistico, mi sono anche decisa e sono andata via di casa…a vivere da sola! Oltre agli allenamenti all’epoca studiavo perché subito dopo la maturità mi ero iscritta a psicologia e mi ero trovata un lavoro in un ristorante così potevo lavorare la sera, studiare di giorno e allenarmi di pomeriggio. Per otto mesi non ho parlato con la mia famiglia, sono stati per me otto mesi molto difficili perché comunque nonostante tutto io ero molto legata a loro, li rispettavo e soprattutto erano riusciti a trasmettermi dei valori che io condividevo, non rifiutavo del tutto…proprio il valore della famiglia, ad esempio. Nel frattempo nella mia vita era entrato un ragazzo, con cui avevo cominciato anche a convivere e che è stato sicuramente la mia forza per andare avanti nelle mie scelte, da quel momento fino ad oggi…che è diventato mio marito.

Dopo il lavoro come cameriera, non riuscendo più a conciliarlo con lo studio e non riuscendo a mantenermici economicamente, ho lasciato l’università e ho cominciato a cercare anche una nuova occupazione. Dopo qualche mese di ricerca, ho trovato lavoro in uno studio di un commercialista e nel frattempo continuavo a dedicarmi allo sport.
Dopo aver vinto nel 2006 i campionati italiani dei 400 ostacoli, il mio allenatore mi disse che se avessi continuato così, nel 2012 avrei potuto pensare alle Olimpiadi.
Dopo tre anni però i miei risultati cominciarono a scarseggiare per colpa di un dolore all’anca destra. Dopo una trafila di accertamenti vari scopro la verità: ho un buco nel bacino, che pian piano stava assottigliando l’acetabolo e che mi avrebbe presto impedito di muovermi completamente. Quello è stato un vero colpo per me ma allo stesso tempo è poi diventato l’ennesimo motivo per cui mi sono legata ancora di più all’Italia.

Dopo aver avuto il responso, ho dovuto operarmi d’urgenza: quel buco andava riempito con dell’osso sintetico…e così è stato! Dopo l’intervento la riabilitazione è stata molto lunga e dolorosa ma proprio lì ho incontrato gli angeli che, oltre ai medici, mi hanno ridato la vita rimettendomi in piedi e la speranza, standomi vicino: i miei fisioterapisti. Nei lunghi mesi di riabilitazione, mentre dovevo tristemente abituarmi all’idea di aver definitivamente chiuso con lo sport, sono infatti stati loro che con le loro cure fisiche e morali mi hanno aiutata ad accettare questa cosa facendomi riflettere sul fatto che la cosa più importante io la stavo ottenendo: stavo ritornando a camminare.

Quando penso a tutta questa storia, mi è impossibile non pensare che nonostante il Marocco sia e resterà per sempre la mia terra d’origine, dove mi piace tornare per rivedere gli affetti che ho lì, l’Italia era per me nel mio destino per il modo in cui mi ha accolta, perché vi ho incontrato la persona che ho accanto, perché mi ha salvato la vita e, in ultimo ma non in ordine di importanza, perché qui ha visto la luce il mio bambino.
Proprio a lui, quando gli racconterò la mia storia, la racconterò così: il Marocco sono le mie radici…l’Italia è la mia libertà.

Ismahan Hassen
Informazioni su

Mi chiamo Ismahan Hassen, ma per gli amici sono da sempre Esmeralda. Classe 1988, nata a Caserta, tunisina d'origine da parte di madre e di padre ma italiana e napoletanissima d'adozione. Dopo la laurea triennale in "Lingue,culture ed istituzioni dei Paesi del Mediterraneo", continuo gli studi riguardanti il mondo arabo-islamico presso l'Università "L'Orientale" di Napoli. Non sopporto il falso buonismo, la religione con cui si giustifica tutto, i troppi maschi e poco uomini e, ancor di più, le troppe femmine e poco donne. Ho una passione viscerale per la letteratura araba femminile, per la musica leggera italiana ( quella che i papà ti fanno ascoltare in macchina a 2 anni, per intenderci), per il thè alla menta con le mandorle e per la pizza margherita. Ammiro le persone per ciò che sono e sanno darmi più che per il ruolo che ricoprono. Se dovessi descrivere il mio motto di sempre e la mia vita in attimo direi che:"La vita è un pugno nello stomaco solo per chi se lo fa dare ma...il cielo è blu sopra le nuvole".

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