Dall’India per amore, in Italia una vita per l’integrazione

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Joseph
Cognome
Karumathy
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Le mie origini arrivano da Neduvannoor, un piccolo paesino del Kerala, in India
Sono arrivato in Italia per la prima volta nella mia vita 31 anni fa, per raggiungere mia moglie che viveva in Italia già da 6 anni, dove ha prima studiato e poi cominciato a lavorare come infermiera professionale in ospedale. La scelta di venire in Europa, non è stata qualcosa di improvvisato nella mia vita, nè qualcosa di dovuto a strane contingenze. Durante i miei studi universitari in India, il mio pensiero era sempre rivolto all’Europa perché le opportunità di lavoro e la situazione economica che a quel tempo l’India aveva da offrire non erano soddisfacenti. Io desideravo assicurarmi un futuro migliore e dare sostegno alla mia famiglia, perciò giorno dopo giorno mi convincevo che l’Europa rappresentava la soluzione migliore per dare una svolta alla mia vita.

Dal mio pensiero all’Europa, il destino mi portò poi in Italia…attraverso mia moglie, appunto! Quando sono arrivato dall’India, in un viaggio in aereo che ricordo essere stato infinito, sono arrivato a Roma…a Roma ho sempre vissuto e sempre a Roma hanno visto la luce i mio figlio e mia figlia, nati e cresciuti qui…in tutto e per tutto italiani!
Nonostante Roma mi ha abbia colpito subito con le sue bellezze artistiche e la sua storia, nonostante ora non potrei immaginare di vivere altrove, non è stata però un’impresa facile arrivare alla situazione di ora. Mia moglie era arrivata dapprima in Sicilia nel 1978, per frequentare un corso per diventare infermiera professionale. Ad Agrigento, città in cui lei stava, ha cominciato a conoscere molte persone che l’hanno accolta come una di famiglia e l’hanno sostenuta nei suoi anni di studio. Una volta conclusi gli studi, lei si è poi trasferita a Roma e subito ha trovato lavoro.

Arrivato in Italia i problemi da affrontare non erano pochi, all’epoca gli immigrati in Italia erano pochi, così come pochi erano i provvedimenti presi per aiutarli. Il primo grande ostacolo con cui mi sono dovuto scontrare è stato quello della lingua! Non conoscendo io l’italiano, e riuscendo a fare poco con l’inglese, fare i documenti, avere informazioni sull’assistenza sanitaria, e soprattutto trovare un lavoro è stato davvero difficile. Nonostante in India io avessi conseguito due lauree e avessi lavorato come insegnante, qui in Italia tutto questo non aveva nessun valore. Il secondo problema con cui fare i conti, fu quello dell’alloggio! Nonostante mia moglie si trovasse già in Italia da tempo quando io arrivai, la nostra comune ricerca di una casa non fu facile. A Roma lei era ospitata presso una famiglia che cui offrì anche a me un appoggio temporaneo durante il periodo della nostra ricerca. Quando mia moglie venne ricoverata all’ospedale per complicazioni dovute alla sua gravidanza però, la sera stessa venni cacciato di casa. Me ne andai disperato e mi ritrovai seduto sull’isola Tiberina ad osservare la statua del Cristo posta sulla cima dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma.

Joseph1 A quel punto mi sovvenne di chiamare il Don Franco, che avevo conosciuto per caso una volta giunto a Roma. Dopo aver ascoltato la mia triste storia, mi accolse nel suo Istituto Rosminiani di carità in Via di Porta Latina, a Roma, dove mi procurò del cibo e un posto in cui dormire fino a quando, 45 giorni dopo, mia moglie non fu dimessa dall’ospedale. Fu ancora Don Franco che poi mi aiutò anche ad ottenere la residenza, che era una prerogativa necessaria per ottenere i miei documenti. Tramite il Don. Franco io riuscii a trovare un impiego a Sacrofano, nella periferia di Roma. Dopo tre mesi mia moglie venne a farmi visita per vedere che tipo di lavoro svolgessi. Il mio datore di lavoro mi sfruttava costringendomi a svolgere lavori manuali molto pesanti, perciò mia moglie, sconvolta, mi chiese di abbandonare l’impiego all’istante…ed io le diedi retta.

Subito dopo aver lasciato il lavoro, iniziai a frequentare un corso di italiano. Frequentando il corso e tramite un amico di famiglia, trovai un nuovo lavoro presso un ufficio per l’Evangelizzazione. Gli otto anni di servizio in quell’ufficio sono stati il punto di svolta nella mia vita in Italia. Dato che lavoravo con l’inglese, la lingua non fu mai un problema. Fare parte del team di organizzazione di due assemblee internazionali in Vaticano è stata un’esperienza fantastica. Lavorare in vari settori dell’ufficio e nell’organizzazione eventi ha notevolmente arricchito le mie capacità.

Nel 2000, in occasione dei preparativi per il giubileo, entrai in contatto, tramite alcune conoscenze, con un’organizzazione istituita appositamente per la preparazione del giubileo e che era in stretta collaborazione con il Vaticano. Dal 2000 in poi ho così cominciato a lavorare nel campo del sociale, promosso da enti ed organizzazioni che hanno a che fare col mondo ecclesiastico. Lavorare nel campo del sociale, a contatto con diversi tipi di persone, immigrate e non, mi ha permesso di crescere molto, instaurare molti contatti e relazionarmi con varie persone e situazioni.

Otto anni fa poi, tramite un mio amico ho conosciuto il Movimento Cristiano Lavoratori (MCL) e le attività che esso svolgeva. Incuriosito da questa associazione, ho subito deciso di inviare loro il mio CV e di presentarmici. È stato così che proprio il vice-direttore del movimento mi ha offerto la possibilità di lavorare nel settore immigrazione, ed io, entusiasta di questa proposta, ho subito accettato!
Pur avendo imparando a conoscere meglio e ad apprezzare la cultura italiana, il desiderio di mantenere vive le tradizioni e la cultura del mio paese d’origine è sempre stato, e tuttora è, molto forte. Per questo motivo, dal primo giorno in cui io sono arrivato in Italia ad oggi, non ho mai smesso di incontrare i miei connazionali e di creare con loro una fitta rete comunitaria.
Una delle problematiche che però ha sempre ostacolato la realizzazione di questa idea, è stata la mancanza di un luogo fisico dove poterci radunare. Così, per ovviare all’assenza di questo fantomatico luogo, con lo sforzo di tutti e dedicandovi tutto il nostro tempo libero, ognuno è riuscito a diventare un punto di riferimento per tutta la comunità. Il luogo in cui potevamo incontrarci ed aiutarci siamo stati quindi noi stessi, con le nostre attività. Anche all’interno della comunità, io sono stato l’addetto ad aiutare le persone in difficoltà nel portare avanti pratiche e problematiche con i documenti.
“Sfruttando” quelle che sono le caratteristiche del mio lavoro (conoscere molta gente, entrare in contatto con diverse personalità, aver imparato ad avere dimestichezza col sistema burocratico) con passare del tempo sono riuscito a trovare anche dei veri luoghi fisici in cui poter incontrare i miei connazionali e in cui poter stare insieme. Oltre al mio lavoro, anche la mia appartenenza alla comunità cristiana “Syromalabaresi”, mi ha permesso di mettere le basi (insieme ad altri gruppi religiosi) per la nascita di una grossa comunità che ora ha ben 9 centri in tutta Roma,  dove si svolgono regolarmente attività culturali, celebrazioni  religiose, corsi di lingua e varie iniziative sociali.

Joseph3 Essendo parte attiva della comunità e lavorandovi, negli ultimi anni ho avuto particolarmente modo di toccare con mano molte delle difficoltà affrontate dagli immigrati. Dalla mancanza di un servizio di orientamento per i nuovi arrivati, al problema degli studenti stranieri con permesso di soggiorno per motivi di studio che non hanno accesso al servizio sanitario e devono provvedere a procurarsi un’assicurazione privata, dai problemi per trovare un alloggio o anche ai casi in cui non viene più rinnovato il contratto durante la gravidanza.
Tutti (o quasi) problemi che io ho vissuto sulla mia pelle, nei primi anni in cui ho vissuto in Italia. Riflettendo sulle condizioni di chi decide di emigrare oggi e che sceglie come meta l’Italia, io non posso non pensare alla mia esperienza che, nonostante le difficoltà iniziali, può dirsi fortunata.
Sono dell’avviso che alla bellezza e all’ospitalità italiana, politiche come quella di “Mare nostrum” non facciano del bene.  Da italiano, quale mi sento oggi alla pari di quanto mi sento indiano, credo che una sfida importante per l’Italia deve essere quella di riuscire a educare di più all’accettazione di culture diverse e a comportamenti che rispettino la dignità di tutte le persone in quanto esseri umani.

Felice di essere arrivato in Italia e di viverci da più di metà della mia vita, sono contento e fiero di contribuire nel mio piccolo nel renderla un paese pienamente integrato, dove un giorno i miei nipoti si potranno dire fieramente italiani.

Ismahan Hassen
Informazioni su

Mi chiamo Ismahan Hassen, ma per gli amici sono da sempre Esmeralda. Classe 1988, nata a Caserta, tunisina d'origine da parte di madre e di padre ma italiana e napoletanissima d'adozione. Dopo la laurea triennale in "Lingue,culture ed istituzioni dei Paesi del Mediterraneo", continuo gli studi riguardanti il mondo arabo-islamico presso l'Università "L'Orientale" di Napoli. Non sopporto il falso buonismo, la religione con cui si giustifica tutto, i troppi maschi e poco uomini e, ancor di più, le troppe femmine e poco donne. Ho una passione viscerale per la letteratura araba femminile, per la musica leggera italiana ( quella che i papà ti fanno ascoltare in macchina a 2 anni, per intenderci), per il thè alla menta con le mandorle e per la pizza margherita. Ammiro le persone per ciò che sono e sanno darmi più che per il ruolo che ricoprono. Se dovessi descrivere il mio motto di sempre e la mia vita in attimo direi che:"La vita è un pugno nello stomaco solo per chi se lo fa dare ma...il cielo è blu sopra le nuvole".

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