Il vento sta cambiando, l’ho sperimentato sulla mia pelle

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Alketa
Cognome
Llani
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

I primi sbarchi in Italia dall’Albania risalgono al luglio del 1990. Tra il 1991 sono sbarcati sulle coste pugliesi circa 200.000 albanesi.
Nel raccontare la mia storia, non posso non iniziare dal fatto che mentre vivevo tranquillamente la mia vita in Albania, un bel giorno i miei genitori mi hanno comunicato che saremmo partiti per fare un viaggio. Io avevo appena 14 anni all’epoca, mio padre conosceva la persona che ci avrebbe venduto “il pacchetto” e noi, insieme ad un’altra ventina di persone, avremmo dovuto imbarcarci su una barca a partire alla volta dell’Italia.
La realtà della cosa, quando il tutto si concretizzò però fu ben diversa da come ci era stata presentata: eravamo sì una ventina di persone ma tutte costrette a salire su un motoscafo che ne poteva contenere al massimo dieci e siamo stati messi in mare. Insieme a noi su quel motoscafo, erano saliti anche gli organizzatori del viaggio. Arrivati quasi in prossimità del confine italiano, ricordo che questi credettero di aver visto qualcuno al confine e così decisero di buttarci in mare
I miei genitori furono i primi ad essere stati forzatamente buttati avanti,insieme a mio fratello che aveva solo cinque anni. Io ricordo che da un momento all’altro mi ritrovai in acqua…mi ricordo il mio andare giù a fondo perché non sapevo nuotare ed ero spaventata, fino a quando la mano di un ragazzo che era stato gettato insieme a me, mi prese e riportò a galla. Se non fosse stato per quel ragazzo, io non sarei più risalita.

Arrivati poi sulle coste pugliesi, altre persone c’erano ad attenderci per caricarci in macchina e…lasciarci in mezzo alle campagne. In quel momento, non avevamo più un soldo…non avevamo nulla da mangiare…né un posto dove andare.
Il primo giorno in Italia, ricordo di averlo passato in una stazione di servizio, restando in attesa di neppure noi sapevamo cosa, per tutto il giorno. Di quella giornata infinita, mi è rimasto il ricordo di mio fratello affamato e piangente e lo sguardo pieno di dolore di mio padre perché non era in grado di soddisfare quella necessità primaria del suo piccolo. È stato mentre noi eravamo in quelle condizioni e mentre cercavamo di calmare i pianti di mio fratello, che passò di lì un uomo…un nostro connazionale che aveva visto tutta la scena e che diede a mio padre 50.000 lire per mangiare. Da quel momento è cominciata la nostra e la mia vita in Italia.

I primi due anni di vita qui,sono stati sicuramente i più duri per me perché ero costretta a nascondermi, non avendo documenti ed essendo clandestina, non potevo andare a scuola e, dato che i miei genitori non parlavano e non capivano l’italiano dovevo far loro da mediatrice in qualunque situazione. Io conoscevo l’italiano perché l’avevo imparato a scuola in Albania, almeno il disagio linguistico non l’ho vissuto una volta arrivata qui. Non potendo iscriverci a scuola, quei due anni li passai insieme a mio fratello tra lezioni di italiano, albanese, giochi, passeggiate, risate e a volte lacrime. Da questo punto di vista sono stati gli anni più belli della mia vita. Ho imparato a conoscere il suo caratterino che si stava appena manifestando e lui ha imparato a conoscere me. E’ nato un legame speciale, come se entrambi condividessimo un segreto di cui non ne parliamo ma entrambi sappiamo di cosa si tratta. In seguito, i miei genitori ebbero la possibilità di regolarizzare la nostra posizione, cosi sia io che mio fratello potemmo tornare a scuola. Io intrapresi la strada del liceo linguistico, decisa a portare a casa ottimi risultati. Tale condizione, sine qua non, era stata posta dai miei genitori “Niente voti bassi” – mi disse mio padre, “ Altrimenti ritorni a lavorare”. E così fu.

Finito il liceo, decisi poi di proseguire con l’università. Arrivai a Genova dove mi iscrissi al corso di Comunicazione Interculturale dove scopri la mia vera anima! Avendo vinto la borsa di studio e abitando nella casa dello studente, mi sono ritrovata a vivere con ragazze e ragazzi che arrivavano da tutto il mondo ed è stata un’esperienza meravigliosa. Li ho scoperto cosa era l’intercultura, questa bellissima parola che era diventata per me la quotidianità e che si traduceva in uno scambio culturale, linguistico e culinario quotidiano.

Negli stessi anni dell’università, cominciai a collaborare con una cooperativa sociale come mediatrice culturale. Iniziai così a realizzare l’idea che si era accesa nel mio cuore fin dal giorno in cui quell’uomo albanese diede il denaro a mio padre per comprare da mangiare: provare ad aiutare gli altri…tutti quelli che avevano vissuto una storia come la mia. In quegli anni nell’incontro e confronto con altri ragazzi che condividevano la mia stessa esperienza o pensiero è nata “Nuovi Profili”, un’associazione di promozione sociale che si occupa principalmente di promozione della diversità, di cui oggi sono vicepresidente.

Col passare del tempo, mi sono sentita italiana ed albanese a fasi alterne…perché con entrambe i paesi ho avuto amore e odio a fasi alterne. I primi anni vissuti qui li “odiavo” entrambe: l’Albania che ci aveva costretti ad andare via, e l’Italia che mi costringeva a nascondermi come una ladra insieme alla mia famiglia. Per tanti anni sono stata, e mi sono considerata, però principalmente “albanese”.

Ho notato negli anni una mia presa di coscienza dell’essere cittadina e di appartenere ad un paese piuttosto che di un altro. Mentre all’inizio mi definivo albanese ad un certo punto della mia vita, quando ho realizzato di essere profondamente legata alla terra che mi aveva ospitato (anche se inizialmente costretta a nascondermi) io avevo iniziato ad amarla fino a farla diventare mia. Per cui a chi oggi mi chiede come mi definisco, rispondo “Albanese e Italiana”. Questo spesso genera confusione nelle persone poiché sono abituati a pensare all’appartenenza nazionale come a qualcosa di fisso e rigido che può essere solo una. Il mio concetto di nazionalità, come credo della maggior parte delle persone che condividono la mia situazione, è fluida e permette la compresenza anche di due paesi senza nulla togliere né all’una né all’altra.

E’ buffo come io abbia scoperto la mia italianità altrove: in Inghilterra.

Ci ho vissuto in Erasmus, le persone spesso mi chiedevano da dove venivo ed io abituata a definirmi in un certo modo in Italia rispondevo “Nata in Albania ma vivo in Italia” e la risposta era sempre “Ma da quanto tempo vivi in Italia?” – “ Quasi 20 anni” e puntualmente arriva la medesima risposta“ Ma allora sei italiana”.
Era così che mi veniva fatto notare che il mio parlare inglese aveva comunque l’accento italiano, che il gesticolare mentre parlavo era italiano e che perfino il mio modo di essere, caloroso e accogliente, era italiano. È stato alla fine di quella esperienza che io ho cominciato a comprendere realmente quanto io fossi legata a questo paese e a definirmi quindi italiana, oltre che albanese.

Quello che col tempo ho capito, è che il problema quando si parla di cittadinanza e di percezione dello straniero, non sta tanto nella sola burocrazia ma piuttosto nella mentalità per cui un argentino che vive in Argentina e che non ha mai visto l’Italia in vita sua, ma che magari ha il trisavolo italiano, viene considerato comunque più italiano di un ragazzo nato in Italia da genitori stranieri, o arrivato qui in tenera età.

Nonostante questo, il vento sta cambiando… i cambiamenti identitari sono già in atto e in questo, che sperimentato sulla mia pelle, io ci credo.

Ismahan Hassen
Informazioni su

Mi chiamo Ismahan Hassen, ma per gli amici sono da sempre Esmeralda. Classe 1988, nata a Caserta, tunisina d'origine da parte di madre e di padre ma italiana e napoletanissima d'adozione. Dopo la laurea triennale in "Lingue,culture ed istituzioni dei Paesi del Mediterraneo", continuo gli studi riguardanti il mondo arabo-islamico presso l'Università "L'Orientale" di Napoli. Non sopporto il falso buonismo, la religione con cui si giustifica tutto, i troppi maschi e poco uomini e, ancor di più, le troppe femmine e poco donne. Ho una passione viscerale per la letteratura araba femminile, per la musica leggera italiana ( quella che i papà ti fanno ascoltare in macchina a 2 anni, per intenderci), per il thè alla menta con le mandorle e per la pizza margherita. Ammiro le persone per ciò che sono e sanno darmi più che per il ruolo che ricoprono. Se dovessi descrivere il mio motto di sempre e la mia vita in attimo direi che:"La vita è un pugno nello stomaco solo per chi se lo fa dare ma...il cielo è blu sopra le nuvole".

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