Il paese benedetto che mi ha fatto scoprire l’odore del caffè

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Tatsiana
Cognome
Pompuleva
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

La prima volta che sono arrivata in Italia era il 1996. Arrivai qui senza parlare italiano e con un gruppo di bambini bielorussi che si voleva sottrarre il più possibile al disastro di Cernobyl che, distando soli 100 km dalla mia città natale e con vento nella nostra direzione al momento dello scoppio, ci ha contaminati come e più delle persone ucraine. Io ero un’insegnante e in quell’anno fu avviato in collaborazione con l’Italia un progetto per il risanamento delle persone a più forte rischio di contaminazione…i bambini, appunto. Questo progetto prevedeva che i bambini di diverse scuole venissero in Italia a trascorrere le estati, ed è stato così che dal 1996 in poi e per i quattro anni successivi ho cominciato ad andare e venire dall’Italia.

Quando arrivai in Italia nel ’96, le uniche due parole di italiano che conoscevo erano “grazie” e…“farfalla”. Sì perché quando ero ancora in Bielorussia avevo comprato un piccolo dizionarietto per cominciare ad imparare alcune parole italiane, e questa, ancora oggi non so perché, mi rimase impressa! Quando la prima volta sono arrivata all’aeroporto con i miei scolari, è stato fortissimo l’impatto con tutta la gente che ci stava aspettando e che ci ha accolti con un calore indescrivibile.
Mai avrei potuto pensare che tra quelle persone avrei trovato la mia più cara amica…Angelina. Lei è stata la prima persona che mi è venuta incontro all’aeroporto la prima volta che sono arrivata qui ed è stata la persona che mi ha “insegnato” che qui in Italia, a differenza che in Bielorussia, le maestre possono avere il vizio del fumo! Eh già, pur essendo io una fumatrice fin da quando ero nel mio paese, venendo in Italia non avevo pensato di portarmi le sigarette, perché pensavo che fosse vietato anche qui alle maestre fumare…e invece no! Fu proprio Angelina e proprio in aeroporto, quando la vidi accendersi una sigaretta, che mi spiegò questa cosa, vocabolario alla mano perché io non andavo in giro senza, e quello fu l’inizio della nostra grande amicizia.

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Nonostante nei quattro anni successivi io abbia visitato altri posti in Italia portandovi i bambini, il Molise è stata la prima regione che ho conosciuto e che è diventato per me un posto del cuore, non solo perché è stato il primo posto che mi ha permesso di “salvare” i miei scolari, ma anche perché è stato lì che ho iniziato a scoprire la bellezza dell’Italia e ho incontrato l’uomo della mia vita…il mio attuale marito. Incontratici appunto in Molise, dove lui faceva le vacanze estive, dal ’96 e per i quattro anni successivi il nostro è stato un rapporto a distanza perché io non avevo mai pensato di stabilirmi definitivamente in Italia. Nel 2000 però è arrivata la proposta di matrimonio, ci siamo sposati e io ho lasciato la Bielorussia per venire a vivere in Italia, dove mio marito lavorava…a Napoli.
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Una cosa è venire in un paese per l’estate e poi andare via, ben altra cosa è invece stabilircisi definitivamente. Arrivata a Napoli con l’idea di essere una dei pochi stranieri presenti e trovarsi invece a Piazza Garibaldi, la piazza della stazione centrale, immersa in un mare di persone che parlavano ucraino e russo, mi ha fatto dire a mio marito che era con me: “Sei sicuro che siamo in Italia qui?”. Ricordo la sua faccia divertita per quella mia domanda e il suo spiegarmi della presenza di questi flussi migratori per motivi lavorativi, di cui io ignoravo totalmente l’esistenza e che sono stati per me una scoperta improvvisa. Al di là della lingua dei miei “fratelli slavi”, a Napoli i primi tempi, nonostante io avessi imparato a comunicare in italiano e a comprenderlo, non capivo assolutamente nulla. Camminare per strada per le faccende domestiche e non riuscire a distinguere niente di quello che la maggior parte delle persone diceva, perché parlava in dialetto, mi dava la sensazione di avere nelle orecchie un continuo “rumore”…

Non è stato facile uscire da questa bolla comunicazionale
. I primi due anni che ho vissuto a Napoli, li ho vissuti in uno “stato di convalescenza” finché non mi sono abituata ad un modo di vivere completamente diverso da quello del mio paese. Il tono di voce e la velocità nel parlare, sono state le cose a cui, dopo le difficoltà del dialetto, mi sono dovuta abituare. Quel “rumore” che per i primi due anni mi sembrava di sentire continuamente infatti, non era dovuto solo al dialetto che non capito ma anche al fatto che tutti quando parlavano sembrava stessero continuamente urlando! Facendo un confronto con quello che era stato il modo in cui avevo sentito parlare fino a quel momento, in cui una tonalità di voce più alta era considerata sintomo di maleducazione, per me era assolutamente nuova tutta quella espressività nel parlare…così nuova che dopo poco tempo anch’io ho cominciato a parlare così!

Nonostante io non sia arrivata qua per cercarmi un lavoro, né per guadagnare soldi per mandarli ai miei familiari in Bielorussia, dopo due anni passati a casa ho capito che se avevo deciso di vivere qui e di farmi una famiglia, dovevo ri-costruire qui anche me stessa, partendo dall’istruzione. Mi sono così iscritta alla scuola superiore e poi all’università dove mi sono laureata in Mediazione linguistico culturale con l’Europa Orientale, studiando il russo e il bulgaro. Nel frattempo, non avendo amici qui né famiglia al di fuori di mio marito, io cominciai a cercare un contatto con i miei connazionali presenti sul territorio. Trovando queste persone, anche ucraine e russe, ho cominciato attraverso i loro racconti a conoscere e comprendere le difficoltà che loro avevano vissuto arrivando qui e che, a volte, ancora vivevano. Le difficoltà per il permesso di soggiorno, per i documenti, per le cure mediche…tutto quello che loro vivevano era per me come un qualcosa che stava dietro ad un sipario che io non avevo mai visto prima.

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Parlando con loro, mi sono resa conto di essere in una posizione privilegiata ed è stato così che, con piccole cose, ho deciso che dovevo cominciare a dar loro una mano e darmi da fare. Mettere a disposizione il mio telefono di casa per chi doveva chiamare l’ambasciata, il consolato o altri uffici, fu il primo passo. Fare questo favore, che a me non costava niente, a persone che ne avevano bisogno mi faceva sentire bene. Andando avanti con lo scoprire le difficoltà che queste persone vivevano, e impegnandomi sempre di più nell’aiutarli come potevo, è nata in me l’idea di realizzare qualcosa che ci desse la possibilità di riunirci, ritrovarci e di avere un punto di riferimento nella città di Napoli. È stato così che ho fondato un’associazione che potesse unire tutte le persone russe, ucraine, bielorusse e così via dando loro un posto dove rivolgersi in caso di difficoltà o semplicemente per non sentirsi troppo lontane da casa.

Dopo quindici anni di vita qui, un matrimonio, una figlia che si è aggiunta al figlio che già avevo in Bielorussia e che è arrivato con me qui diventando un napoletano DOC, io sento l’Italia come casa mia a tutti gli effetti. Amo l’Italia esattamente come amo la Bielorussia, perché anche lei è diventata ormai il mio paese, con la sua arte, i suoi paesaggi e soprattutto l’aria profumata dall’odore del caffè che altrove non c’è.

L’Italia è per me un paese benedetto.

Ismahan Hassen
Informazioni su

Mi chiamo Ismahan Hassen, ma per gli amici sono da sempre Esmeralda. Classe 1988, nata a Caserta, tunisina d'origine da parte di madre e di padre ma italiana e napoletanissima d'adozione. Dopo la laurea triennale in "Lingue,culture ed istituzioni dei Paesi del Mediterraneo", continuo gli studi riguardanti il mondo arabo-islamico presso l'Università "L'Orientale" di Napoli. Non sopporto il falso buonismo, la religione con cui si giustifica tutto, i troppi maschi e poco uomini e, ancor di più, le troppe femmine e poco donne. Ho una passione viscerale per la letteratura araba femminile, per la musica leggera italiana ( quella che i papà ti fanno ascoltare in macchina a 2 anni, per intenderci), per il thè alla menta con le mandorle e per la pizza margherita. Ammiro le persone per ciò che sono e sanno darmi più che per il ruolo che ricoprono. Se dovessi descrivere il mio motto di sempre e la mia vita in attimo direi che:"La vita è un pugno nello stomaco solo per chi se lo fa dare ma...il cielo è blu sopra le nuvole".

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