Il mio riscatto non è una rivincita

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Jamal
Cognome
Ainane
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

La mia più grossa fortuna? Quella di essere stato povero. Anzi poverissimo. Poi ci metto anche due valori (sfighe) aggiunti: sono stato sfruttato e sottovalutato. In Italia è cambiato tutto. Ma mai la mia attitudine nei confronti della vita.

Qui in Italia è in atto il mio riscatto, tuttavia, nonostante le soddisfazione che sto avendo, non considero le mie ultime vittorie come delle rivincite. Ho sempre avuto fede che il meglio dovesse ancora venire. E quel meglio lo sto conquistando in Italia.

Sono nato a Casablanca. Ho 7 fratelli e 2 sorelle. Io sono il penultimo. Sono cresciuto in una famiglia in gravi difficoltà economiche. Mio padre ci ha mantenuti per miracolo.

Vivevamo tutti in 50 metri quadrati. Dividevo la stanza da letto con 4 dei miei fratelli. Ho studiato fino alle superiori poi mi sono messo a lavorare. Non avevo sogni particolari.
La mia unica volontà era quella di aiutare la mia famiglia, di essere utile per loro indipendentemente dai sacrifici che avrei dovuto sopportare. E così è stato per molti anni.

Il mondo del lavoro a Casablanca per me è stato sinonimo di sfruttamento totale. Sin dal primo impiego come rifinitore di capi di abbigliamento ( guadagnavo 150 euro al mese lavorando dalle 7 del mattino alle 19 di sera), a quello in una fabbrica di prodotti chimici ( guadagnavo 240 euro al mese) per 5 anni, per finire a fare il fattorino di prodotti presso i supermercati per una società che produceva di prodotti alimentari.

Pagato sempre in nero, vacanze mai retribuite, mai visto una tredicesima o un premio produzione. La parola diritti e rispetto per le clausole del contratto non erano sostantivi presenti nel vocabolario dei miei datori di lavori. Non ho mai provato la soddisfazione di firmare un contratto. Dovevo solo lavorare e stare zitto. Se stavo male per più di due giorni era peggio per me.
Poi il grande salto. Nel 2010 sono venuto in Italia, a Milano.

Non avevo mai pensato ne provato a venire in Italia. Il mio scopo era quello di emigrare in Francia o in Usa. Il consolato francese mi ha rifiutato il visto tre volte. Ma con l’Italia è stato tutto diverso.
Un imprenditore italiano che opera nel settore dell’abbigliamento che conobbi presso una fiera a Casablanca, vide in me delle potenzialità e decise di puntare sul sottoscritto. Per lui ero la persona adatta ad aiutarlo ad espandere il suo business in un ambiente sempre più globalizzato dove le lingue e la capacità di sviluppare reti relazionali contano molto.

Sulla carta non avevo l’esperienza per quel tipo di lavoro.Tendo ad essere socievole, disponibile, propositivo. Quello che lo colpì di me fu la mia attitudine. Vedete, nonostante le difficoltà ho sempre sorriso anche quando avrei voluto urlare di rabbia; mi sono sempre offerto volontario per aiutare i miei colleghi senza mai chiedere nulla in cambio; ho sempre dato e mai chiesto.
I miei genitori pur essendo poveri mi hanno sempre insegnato ad essere umile con dignità e a far buon viso a cattivo gioco. Non sono un tipo che si lamenta. Anche nei momenti dove sei sull’orlo di una crisi di nervi senza prospettive, non mi sono mai sentito sfortunato.

Arriva il giorno della partenza. Era l’inizio di gennaio di 4 anni fa. Andai all’ aeroporto di Casablanca da solo. Avevo solo una valigia e una zaino. L’areo era pieno di marocchini che vivevano in Italia. Le donne presenti erano tutte mogli che venivano in Italia per ricongiungersi con i loro mariti. Sapevano che andavano incontro a una vita da casalinga piuttosto dura. Sui loro visi si leggeva la preoccupazione.
Io non avevo nessuna aspettativa particolare. Mi stavo buttando in una nuova avventura alla cieca. Ero tranquillo, positivo, determinato a dare il massimo.
Un passeggero vicino a me mi ha attaccato bottone; mi chiedeva cosa avrei fatto a Milano. Gli dissi che avrei lavorato in uno showroom di moda ma che non avevo le idee chiare sulle mie mansioni. Non gli sapevo dire neppure in che zona di Milano sarei andato a vivere. Avevo un contratto, un visto di lavoro, e un ufficio che mi aspettava. Per il resto il futuro me lo dovevo costruire. Mi disse che se avessi avuto bisogno lui mi avrebbe trovato un posto da muratore. Ora mi affido a lui per tutti i lavoretti in casa. Ovviamente mi fa sempre un mega sconto.

Ammetto che arrivare all’aeroporto di Malpensa con quel freddo e con quella nebbia è stato abbastanza intimidatorio. Tutto quel bianco dovuto alla nebbia e il fatto che non riuscivo a vedere due metri più in là preannunciavano un cammino senza orizzonti, senza una meta precisa. Per fortuna che quell’impressione risultò sbagliata.

Oggi lavoro nel settore della moda nella città del design e della creatività per eccellenza. E’ un mondo competitivo, creativo, impegnativo ma anche retribuito, nel senso che i miei guadagni sono proporzionati al mio impegno. Se faccio più del dovuto prendo un premio, qualche volta sotto forma di denaro, altre sotto forma di viaggio. Mi sono anche iscritto a dei corsi di inglese. Parlare l’arabo, il francese e l’italiano non basta più. In futuro penso anche di imparare un po’ di russo o di cinese.

Da quando sono qui credo di aver ricevuto anche troppo. Il mio appartamento è vicino a Corso Buenos Aires. Ho la mia stanza, e per la prima volta nella vita ho capito cosa sia la privacy. Riesco anche a mandare dei soldi a casa. Grazie alla vita in Italia ho amici di varie nazionalità e religioni. Milano è un ambiente neutro e dinamico dove le diversità non sono viste con sospetto come accade in Marocco. Dicono che in un mondo globalizzato siamo tutti vicini di casa. No, siamo di più: siamo tutti fratelli e sorelle.

Qui a Milano ho trovato degli amici veri. So che mi aiuteranno nei momenti di bisogno. Non mi faranno sentire abbandonato. Di questo paese apprezzo anche la libertà e la sicurezza.
Non mi sento giudicato dagli altri per le mie idee, le mie scelte. Qui sono incoraggiato a pensare con la mia testa.

Non so se voglio tornare in Marocco. Non guardo al futuro. Vivo e lavoro alla giornata. Sono abbastanza fatalista. L’importante è impegnarsi, poi le cose andranno come il destino vuole.

Martino Pillitteri
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