Non bevo, non fumo, non mi drogo… ma non toglietemi il ballo

CARTA D'IDENTITÀ
Nome
Claudia
Cognome
Perez
Paese di provenienza
Motivo del viaggio

Sulla mia carta d’identità c’è scritto che sono nata in El Salvador il 3 gennaio, ma a dire la verità il mio compleanno è il 4 novembre. Allora la legge stabiliva l’obbligo di registrare i nuovi nati entro un mese, ma mia madre non si era preoccupata di farlo e così, per evitare la multa, era andata all’anagrafe solo due mesi dopo e aveva fatto finta che fossi appena venuta al mondo. Almeno ho guadagnato un anno!

Sono arrivata in Italia il 17 luglio 1995 a soli 19 anni per seguire mio marito, che voleva raggiungere la sua famiglia a Milano. Ho lasciato mia figlia di un anno e mezzo a casa con mia madre e mia sorella, ma sono tornata a riprenderla appena ho potuto, dopo pochi mesi. Dei primi anni ricordo soprattutto le file infinite e le peripezie burocratiche per i documenti, ore interminabili davanti alla questura, con qualsiasi condizione meteo.

Eppure il primo impatto in Italia è stato subito positivo. Quando sono arrivata, io che mi ero sposata così giovane, ho cominciato a chiedermi se non avessi fatto una sciocchezza, visto che qua tutti si sposano molto più tardi. Ripensavo al fatto che i miei genitori avevano dovuto firmare i documenti per me, perché ero minorenne e mi sentivo piena di dubbi.
Quando mi ha raggiunto mia figlia, che aveva tre anni, per strada tutti mi dicevano: “Che brava ragazza, che cura la sua sorellina!”. Ovviamente io rispondevo che era mia figlia, così tutti rimanevano sbalorditi e mi facevano mille domande… Allora ho imparato in fretta e, quando mi dicevano “ah, sei in giro con la sorellina!”, io rispondevo di sì e sorridevo.

In Italia abbiamo avuto anche la gioia di un’altra bambina, ma dopo un altro anno e mezzo mio marito e io abbiamo divorziato e io sono rimasta sola con le mie figlie. Per fortuna, mia mamma mi ha raggiunto a Milano per aiutarmi e, anche se io facevo orari di lavoro assurdi per mantenere la famiglia, potevo stare tranquilla perché le bambine erano a casa con la nonna. All’inizio lavoravo per una cooperativa all’ospedale Niguarda: di giorno mi occupavo della mensa e dei reparti, di notte pulivo gli uffici. Poi ho trovato lavoro come barista e, da allora, ho sempre fatto questo, anche con turni di undici ore al giorno.

Quando ho conosciuto il mio attuale compagno, che è italiano, ho cercato di ridurre e stabilizzare i miei orari, soprattutto dopo essere andati a vivere tutti insieme e aver avuto un’altra bambina, che adesso ha tre anni.
Il mio arrivo in Italia sembra una linea di confine netta tra due vite diverse.

Mentre lasciavo El Salvador, mi aspettavo un mondo diverso ma non riuscivo nemmeno a immaginarlo. Io ho avuto la televisione a 15 anni, prima avevo solo una radio che a malapena trasmetteva un po’ di musica. A casa mia non c’era corrente, avevamo le candele e le torce a gas. Non avevo nemmeno la mentalità per sognare un mondo così diverso, non ci riuscivo, perché non lo conoscevo e non sapevo che esistessero certe meraviglie e certe comodità, come case molto più belle e città così moderne.

Al momento di partire sapevo solo che stavo andando in un altro Paese… Non ero spaventata, ero elettrizzata. Mi è sempre piaciuto stare in Italia, fin dal primo giorno, e mi è servito molto a svegliarmi. Mia mamma e mia sorella, invece, che sono arrivate in Italia che erano già più adulte, sono rimaste molto più legate alla nostra mentalità. Io mi sento italiana e anche il mio compagno me lo dice sempre: “Tu sei più italiana che salvadoregna”.
Non ho ancora chiesto la cittadinanza, perché so che cosa vuol dire “fare i documenti” e sono traumatizzata. Ora ho la carta di soggiorno indeterminata e quindi non ho proprio voglia di perdere tutto quel tempo in burocrazia. Ho tre figlie e, anche se due sono già grandi, ho sempre tantissime cose da fare. Avere una figlia con il mio compagno italiano mi renderebbe il percorso più facile, magari ci penso… Oppure mi devo sposare, ma questo è più complicato.

Nonostante i problemi dell’Italia di questi ultimi anni, sono contenta che le mie figlie siano cresciute qua, anche la maggiore è arrivata in Italia che aveva soltanto tre anni, così studiano qua e magari lavoreranno qua. Con loro ho sempre parlato italiano, perché da piccole avevano il problema delle lettere doppie: la nonna parlava sempre in spagnolo e loro, anche quando parlavano in italiano, raddoppiavano le consonanti. A scuola avevano avuto qualche problema e le maestre mi avevano chiesto di comunicare in italiano. Con la più piccola, invece, io parlo in spagnolo e il padre in italiano, così è davvero bilingue e spero che questo rappresenti per lei una risorsa in più nel futuro.

Dentro di me penso che l’Italia sia stata la mia salvezza: ho appreso un’altra cultura, ho conosciuto tanta gente. Ero molto timida, ma facendo la barista per tanti anni sono diventata una chiacchierona, ormai non mi fa stare zitta nessuno!
In questi anni non ho mai pensato di tornare nel mio Paese, perché comunque El Salvador non potrebbe offrirmi le stesse possibilità che ho in Italia, nonostante la crisi di questi anni. Purtroppo, El Salvador starà sempre peggio dell’Italia e questo mi dispiace, perché amo la mia terra d’origine.
Nove anni fa ci sono tornata con il mio compagno, che voleva conoscere i luoghi della mia infanzia, e speravo che qualcosa fosse cambiato, che la situazione fosse un po’ meglio di come l’avevo lasciata. Invece ho trovato ancora più povertà. Sono posti bellissimi, ma dopo un po’ ho sentito la mancanza della mia vita, delle mie abitudini, delle mie cose. Alle comodità ci si abitua subito, tornare indietro è impossibile.

Questa crisi che ha colpito l’Italia, mi ha fatto sentire come se temessi di vivere ancora i problemi di El Salvador. Per fortuna qua non siamo ancora arrivati a quei livelli di povertà e sofferenza, però c’è lo stesso sentimento diffuso di paura per il futuro, per il lavoro, per l’avvenire dei figli. Non ci sono più i lavori sicuri, che ti davano serenità.
Quando racconto alle mie figlie gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza, si rendono conto di essere fortunate. Ci sono enormi differenze rispetto a come sono cresciute loro: la prima macchina io l’ho comprata a ventisette anni, mentre la mia figlia maggiore ha avuto la sua auto quando si è diplomata, a diciotto anni.
Loro hanno avuto il cellulare da ragazzine, io l’ho preso a 21 anni qui in Italia; sono abituate ad andare in pizzeria, al cinema, a fare l’aperitivo con gli amici… Io a malapena conoscevo la Coca Cola! Me la permettevano una volta al mese quando papà prendeva lo stipendio. C’è una vita intera tra me e le mie figlie, anche se in fondo sono pochi anni di differenza.

La cosa più salvadoregna che mi è rimasta è la mia umiltà, insieme al grande rispetto per le altre persone. E poi mi piace molto ballare! Quando a Milano c’è il Festival LatinoAmericando, raccolgo un sacco di persone per fare casino e tanti amici mi seguono per andare a ballare. Io non bevo, non fumo, non mi drogo… Ma non toglietemi il ballo.

Claudia Galal
Informazioni su

Metà italiana e metà egiziana, nasce a Urbino nel 1981 e cresce nel posto più tranquillo del mondo, l'entroterra marchigiano. Nel 2000 si trasferisce a Bologna, dove si laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi socio-semiotica sulla street art. Alla fine del percorso di studi si sposta a Milano e comincia a lavorare nel campo dell'editoria e della comunicazione. Giornalista musicale, frequentatrice assidua di concerti, appassionata di arte contemporanea, subculture giovanili e semiotica, scrive per diverse testate cartacee e online. Il suo blog è thegreatmixtape (music and more to take with you)

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One comment on “Non bevo, non fumo, non mi drogo… ma non toglietemi il ballo
  1. Claudia veronica Pérez ha detto:

    Hai riportato fedelmente tutto bravissima un abbraccio Claudia

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